1. CK One (for a man, or a woman)

There was a time back in the late Nineties, when, at every gathering, at least one of our friends, boy or girl, was wearing the CK One perfume. You were in the car with your mates, singing while driving out of the city for the weekend, and the car smelled CK One, you were outside a club before a concert, and the crowd smelled CK One, you were in the class, at your friends’ house, in a bar for a coffee, at the library, and, somehow, the scent of CK One spread through the air. That fragrance was everywhere, it was so merged with the athmosphere that it passed quite unnoticed. CK One was my then best friend’s perfume, and her boyfriend’s too. At that time I did not really like it that much. But now, if by chance I happen to listen to Chumbawamba, Song number two, Mano Negra, Vento d’Estate, my brain automatically reproduces that fresh lemon-jasmine-musk smell, and I can’t help smiling.

This serves to introduce the fact that I met him, my twenty-years-ago-best-friend’s boyfriend, on Christmas eve, in a crowded shop, in a town were neither one of us lives.

– Hey! is that you? So you live here!

– Hi! How nice to meet you! I don’t live here. Do you?

– Nope! That’s so weird! You look fine! How are you doing?

She was jealous of her exclusive relationship with each one of us, so we never talked much. We used to look at each other from a safe distance while we separately shared her attentions, her secrets, and a great deal of her time.

And now we were standing in the crowd, smiling and chatting: two middle aged nearly strangers, who unexpectedly recognized each other. We hugged and wished merry Christmas, and on his neck and jacket (a dark grey corduroy jacket) I could distinctly smell that CK One fragrance.

Did he still use it?

Or did I made it up?

Anyway, I smelled it. Time stood still for how long? A blink?

For as long as that blink lasted I stood in the neon light of the shop in a parallel dimension of infinite possibilities, where all the choices that had lead us to be those adults with glasses, scarves and corduroy jackets who had casually met in a foreign city, were still to be made. All of the friends, lovers, babies, music, travels, projects that I had lost in the process, and all of those that I would never have in the future, materialised for a moment around us. I smelled the bold innocence of my nineteen years and I thought: thanks goodness I was not aware of how fragile everything is.

Then we said goodbye, moved away and it was over.

La la meh

(Disclaimer: non sono un’esperta di cinema, quelle che seguono sono tutte chiacchiere e de gustibus).

Più per una serie di circostanze fortuite che per ragioni anagrafiche, sono cresciuta con i musical e i film musicali, italiani, inglesi e americani degli anni sessanta-ottanta. Dagli anni novanta in poi il genere è più o meno ovunque caduto in disgrazia, relegato, sia al cinema che in teatro, alle megaproduzioni Disney tanto curate esteticamente quanto convenzionali nella rappresentazione della storia e nei valori comunicati.

Il teatro musicale, proprio perchè richiede un più alto livello di “sospensione dell’incredulità” da parte del pubblico (tranquillo, spettatore: ovviamente è finzione, ovviamente stiamo recitando, ovviamente vogliamo sorprenderti ed emozionarti), può permettersi di essere più critico, violento, surreale, anarchico rispetto a un’opera “in prosa”. Che io ricordi, nella mia vita di spettatrice adulta gli unici film che ricorrono deliberatamente alla forma musicale come espediente per andare sopra le righe sono Magnolia (1999) e Dancer in the Dark (2000). Per quanto detesti il manierismo e le trame da telenovela brasiliana di Lars Von Trier, Dancer in the Dark è proprio un esempio della potenza di questo genere. Se fossi stata la padrona del mondo, avrei costretto Sodebergh a fare un musical di un film come Traffic (2000), con il sing-along in tutte le sale.

Non so se a causa della pax americana post 2001, ma il filone inaugurato alla fine degli anni novanta è stato soffocato da innumerevoli commedie sulla famiglia e sull’ammmore e da tonnellate di principesse disney molto canterine.

Invece, a sopresa, negli ultimi mesi ho visto ben tre nuovi film musicali, due europei e uno statunitense, tutti pluripremiati. Times are a-changing?

Il primo è Cerca de tu casa, un musical sulla terribile crisi spagnola del 2010-2014, progetto di una cantante catalana giovanissima e di un gruppo ristretto di cineasti, finanziato in parte con un crowdfunding e premiato in tutti i principali festival nazionali. Ho partecipato al crowdfunding e sono andata a vederlo con emozione a una delle “prime” barcellonesi. Il copione ha innegabilmente dei difetti, ma è evidente il fatto che il musical fosse l’unica forma possibile per rendere la storia che si voleva raccontare: la voce individuale che si fa coro, la massa indistinta di persone alla fermata della metro che sono invece individui che danzano ciascuno la propria danza, la contrapposizione fra l’invisibilizzazione dell’individuo da parte di entità astratte (la banca, il sistema, la crisi) e la rivendicazione dell’importanza e della dignità delle storie personali e della necessità di lottare per difenderle.

Il secondo film è un cortometraggio, Time Code, palma d’oro a Cannes e oscar a Los Angeles. Anche questo è catalano, prodotto da una scuola di cinema di Reus. L’ho visto per caso mesi fa, perchè è stato selezionato per un festival di cortometraggi. Dura quindici minuti, la storia è scarna e imprevedibile, lo spunto di riflessione è così ironico e leggero che passa quasi inavvertito. Poi, giorni dopo, cammini per strada, compili un modulo, fai la spesa e ti ritrovi a pensare che sì, effettivamente l’arte (senza retorica e maiuscole) è ciò che sei, ciò che pratichi, ciò che ti permette di riconoscere gli altri e di comunicare con loro anche nel grigiore del quotidiano.

E poi c’è Lalaland. Un film disney in cui la parte principale della caratterizzazione del personaggio femminile è affidata non alle battute, ma ai vestiti.

Proprio sulle innumerevoli scarpe di Emma Stone si è concentrata per quasi tutto il film la mia attenzione: tutte stilosissime, specialmente i sandali da ballo blu con in tacco alto ma ben stabile e il plantare morbido, comode ed eleganti. Spero tornino prepotentemente di moda, così me ne compro quindici paia e sono pronta a resistere alla prossima ondata di zeppe, tacchi a spillissimo e stivaloni. Appena uscita dal cinema ho cercato sul database di IMDb chi fosse la responsabile dei costumi, ed è Mary Zophres, la signora che ha fatto quasi tutti i film dei fratelli Coen. Mi affido alle sue doti di influencer nell’eterna lotta contro le scarpe di merda.

Per il resto il film è molto ben pettinato e curato, ma nel complesso: meh! Nonostante la bella intro (citazione esplicita di Fame) e la prima scena con Mia e le coinquiline (da Grease), il film non ha niente di corale: è solo la storia dei due protagonisti che cercano il successo. Per il personaggio di lui gli autori hanno fatto un certo sforzo di caratterizzazione, mentre lei è una sagoma di cartone ritagliata. La musica non è niente di eccezionale. Le coreografie sono praticamente inesistenti. Il messaggio: non pervenuto. Almeno lui ha un progetto e riesce a realizzarlo per prove ed errori, lei è proprio un monolite. Appena fa un passo falso, si dispera e molla tutto, ma: sorpresa! non era in realtà un errore da cui avresti potuto imparare qualcosa e magari studiare, che in genere per migliorare si studia e ci si allena. Non serve: lo show system ha finalmente capito che sei una star! Persino Purple Rain aveva una trama più articolata.

Eh niente: ti scoprono, diventi famosah, sei arrivatah ed ecco che immediatamente ti fai una famigliah con il primo riccone che passava di là, perchè sei comunque una principessa Disney. Al pubblico viene voglia di dare una pacca sulla spalla a Ryan Gosling, per congratularsi del pericolo scampato, e il film finisce.

Perchè utilizzare il genere musicale per raccontare una storia così? O meglio, perchè raccontare solo una storia cosí, se si era scelto di utilizzare come genere il film musicale e si aveva un budget tendente a infinito? Perchè non si è investito niente sulla musica? O magari sulla sceneggiatura? Davvero bastavano i vestiti? (spoiler: pare di sí)

(Questo post è dedicato a Franci, che è andata a vedere La la land su mio consiglio, e, nonostante ciò, non mi ha ucciso).

Léxico familiar

La Señora C. era muy mayor, tan mayor que incluso mis abuelas hablaban de ella como de una persona anciana. Era alta, elegante y guapísima, siempre vestida de negro y de gris, a juego con su pelo liso, más gris que negro, y con su delantal blanquísimo.

Su casa ya no existe: sus nietos la vendieron y en su lugar se encuentra ahora un palacete de pisos con carpintería de aluminio y plazas de aparcamiento privadas. Pero, cuando yo era pequeña, había un portal de madera que daba al patio, un patio enorme con un pozo en el centro y macetas de flores, un lemonero, naranjos, un albaricoque, varios gatos, lagartijas y jasmines. El patio siempre estaba inhundado de luz, mientras la casa era fresca y sombría.

Mi madre, mi abuela, mis tías, yo y varias primas y primos íbamos a visitar a la Señora C. (que era nuestra tía, de todas nosotras, incluso de la abuela, y esto no dejaba de asombrarme) en los domingos de verano, después de la playa, de la ducha y de esas comidas multitudinarias en las que los pequeños charlábamos y reíamos tanto que terminábamos por olvidarnos de comer. Después del café, cuando la brisa del mar empezaba a soplar tierra adentro y el calor se hacía más aguantable, una de las tías sacaba un paquete de pasteles de la nevera y anunciaba: “Vamos a saludar a la Tía C. ¿Venís?”

Íbamos caminando, en hila india, por el lado sombrío de la acera. Mi madre y su hermana abrían el pesado portal de madera, que nunca se cerraba con llave, y entrábamos en el jardín:

“¡Oh Tía C.! ¡Hemos llegado!” Anunciaba en voz alta mi abuela.

“¡Sì, sì! Os he oído! Pasad! Pasad!” Contestaba otra voz desde la casa.

Después de tanto sol, la sombra de la sala de estar casi me daba vértigo. La señora C. nos besaba a todos, nos invitaba a sentarnos y ponía el paquete de pasteles sobre la mesa, dónde ya estaban listas las tacitas para el café. Los pequeños nos poníamos todos sentados en una arca de madera, de esas grandes donde antiguamente se guardaban los ajuares de novia, y, mientras esperaba que saliera el café, la señora C. nos interrogaba:

“¿Qué habéis hecho en la playa? Ah, bien, tú has nadado… ¿Quién nada más rápido entre vosotros? ¿habéis pescado algo? Ah, fantástico, habéis cazado un pulpo! Y luego se ha escapado… pues, muy bien para el pulpo, entonces.”

Pronto salía el café, lo servía en las tazas a los mayores y a los peques nos ofrecía galletas de pasas y almendras.

“Y ahora, niñas y niños, ¡FUERA! No os quiero ver sentados al lado de vuestras madres escuchando cotilleos. ¡Fuera! ¡Fuera! Podéis jugar por toda la casa y el en patio, pero sobre todo ¡no os quedéis aquí escuchando bobadas!”

Nosotros reíamos y ella hacía el ademán de ir a buscar la escoba para echarnos:

“Fuera todos! Hay albaricoques maduros, si os atrevéis a subir al arbol. Y creo que los gatitos de la Rosa por fin han abierto los ojos. Pero sobretodo que no os pille aquí en la sombra escuchando cotilleos, que os viene la piel de monja!”

La “piel de monja”, lisa, blanquecina y sin arrugas, es el castigo de los que se quedan sentados en la sombra hablando de los demás y nunca utilizan su cuerpo para atreverse a vivir su propia vida.

La señora C., orgullosa de su belleza de abuela muy muy mayor, de sus plantas, de sus gatos, de sus infinitos sobrinos y nietos y de su larguísima vida de trabajo y desafíos, nos miraba de reojo desde la ventana, tomándose el café.

Ouk ekponoumen dè

Per circa 2500 anni la fettina di mondo che chiamiamo Occidente ha continuato a ricopiare e tramandare delle cose pensando che ai propri figli e alunni sarebbe servito – o piaciuto – leggerle. E le generazioni, via via, sono entrate in possesso di un’antologia in cui hanno rivisto le scelte dei propri padri e nonni, ed hanno potuto operare le proprie, trasformando la raccolta dei testi conservati non più in una rappresentazione del mondo che li aveva prodotti, ma, di volta in volta, di ciò che l’epoca successiva ci voleva leggere.

Credo esistano poche sensazioni più lussuose della consapevolezza di essere l’ultimo anello di una catena lunghissima di persone, che, nei secoli, si sono riconosciute in una poesia arrivata fino a loro per la stessa serie di concatenazioni casuali di eventi che portano la bottiglia del naufrago a sbattere contro il materassino del ragazzino in spiaggia.

Una delle prime bottiglie trovate mentre da ragazzina mi dondolavo sul mio metaforico materassino aveva dentro una parte dell’Ippolito di Euripide e diceva così (traduzione mia fatta adesso, ripetendomi i versi, nella migliore tradizione della corruzione creativa dei testi):

“Conosciamo in teoria e in pratica quali sono le cose migliori, ma non ci assumiamo la fatica di farle: alcuni per pigrizia, altri perchè antepongono al bene il piacere. E sono tanti i piaceri della vita: le lunghe chiacchierate, l’ozio, gradevole vizio, ed il ritegno. E questo è di due tipi: il primo non è nocivo, il secondo è una rovina per la casa. Certo, se il ritegno conveniente fosse chiaro, non ci sarebbero due cose che si chiamano con lo stesso nome.”

Mi cantileno questi versi ogni tanto, ultimamente, per ricordarmi che sto sbagliando: che il senso di giustizia non serve a niente se non si riesce ad agire per compiere ciò che si ritiene giusto, e che la maniera più semplice e ovvia per allontanarsi dall’azione è cullarsi nel piacere della quotidianità rassicurante. C’è linea sottile fra il ritegno (buono) e il conformismo, fra il pudore a sgomitare (buono) e la mancanza di iniziativa e di fiducia nella propria capacità di iniziativa.

(Dubito che questa interpretazione gramsciana fosse nelle intenzioni di Euripide, ma francamente me ne infischio).