Una sottile metafora

Questa parte della costa è generalmente deserta, aperta ed esposta a tutti i colpi di vento. Le secche gonfiano le onde e la risacca è quasi sempre fortissima: basta che si alzi un po’ il Maestrale per trovarsi in mezzo a cavalloni che ti tirano giù il costume e ti fanno girare come in un cestello di lavatrice in meno di un metro d’acqua. La corrente che porta in fuori scorre parallela alla riva e, nei giorni di calma, chi guarda il mare dalle colline la distingue come un fiume luccicante, leggermente più chiaro, che serpeggia a volte vicinissimo alla spiaggia e si allontana verso il mare aperto. L’acqua del fiume luccicante sembra ferma, ma non lo è: la corrente è quasi sempre fortissima. Dalla spiaggia, invece, non si vede niente: solo l’immensa distesa azzurra e scintillante, lo sfrigolio dei raggi di luce sulle ondine, la linea più blu che marca il confine con il cielo in lontananza.

I più a rischio sono quelli che sanno nuotare veramente, raccolti dalla corrente poco al largo e gentilmente inglobati nel suo corso. “Ma guarda come nuoto bene oggi, ma guarda come mi viene facile” pensano, mentre credono di nuotare prudentemente in parallelo alla costa e ne vengono, invece, impercettibilmente ma inesorabilmente allontanati. Solo quando decidono di tornare a riva, si rendono conto di essere lontanissimi e di non riuscirci. Nuotano verso la terra e il massimo risultato che raggiungono è riuscire a stare fermi. Il mare è calmo, dalla spiaggia nessuno li guarda e probabilmente neanche li vede. “Niente panico” si dicono “sono solo stanco”. Ma più si sforzano, più hanno l’impressione di allontanarsi e più si stancano, più dallo stomaco sale il panico. Intorno è tutto bellissimo, esattamente come quando nuotavano sereni credendo di stare a dieci metri dalla costa, eppure improvvisamente l’acqua è fredda e il dondolio leggero delle ondine non è più una culla, ma il respiro di un mostro che si prepara ad inghiottire.

Guardano verso la spiaggia, guardano l’azzurro che si addensa sotto i propri piedi, riprovano. Difficile dare bracciate potenti mentre il respiro è tagliato dalla paura. D’altra parte, stare fermi a lasciarsi trascinare fa ancora più paura e si finisce per esaurirsi in uno sforzo, che non porta altro che crampi e ancora più paura.

Ogni tanto succede la cosa più ovvia: la stanchezza, il sole, la sete, il crampo, l’ansia, il malore e il mare ti porta via per sempre, mentre la tua famiglia gioca a racchettoni cinquecento metri più in là: “Abbiamo visto che era lontano, ma non ci siamo preoccupati: era un bravissimo nuotatore. Purtroppo, un malore imprevedibile”.

Uscire da quella corrente a nuoto è difficile non tanto per la forza del mare (non è certo un fiume in piena), ma perché, una volta che ci sei dentro, tu che nuoti in superficie non sai esattamente in che direzione devi andare: si allarga, si restringe, sprofonda, riemerge. A volte basterebbe lasciarsi trascinare per qualche decina di metri per essere lasciato improvvisamente libero, mentre il flusso dell’acqua che va al largo si inabissa e striscia vicino al fondale lasciando risalire l’acqua più calda e meno trasparente.

Generalmente basta solo che qualcuno si accorga che non ce la fai e ti indichi il percorso da seguire: i ragazzini che pescano sul promontorio e ti fanno grandi gesti con le braccia, il signore con il windsurf che lascia cadere la vela e ti accompagna, l’amico che, non vedendoti, sale sul terrapieno del parcheggio per individuarti come un puntino in lontananza e poi si tuffa per raggiungerti e nuotare con te fino alla riva. Accompagnano la tua fatica lentamente, una bracciata dopo l’altra: non hanno una barca su cui caricarti, non possono sostituirsi a te.

Tocchi il fondale con la punta dell’alluce, ancora due bracciate e poi esci dall’acqua camminando. Ti fa male tutto. Il sole è accecante, i bambini dondolano sui materassini e scavano pozzi nel bagnasciuga. Lo sguardo dell’amico che è venuto a cercarti, del signore con in windsurf o dei giovani pescatori del promontorio ti segue ancora, proteggendoti come un’armatura, finché non ti siedi sulla sabbia.

Fai un gesto con la mano per ringraziare, loro ricambiano, l’amico sorride.

Il sole è altissimo nel cielo, tutto è incredibilmente bello. Sai che è bastato il loro sguardo per farti fare uno sforzo che non credevi più possibile. Itta chi no t’íanta bíu.

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