2. Shalimar

She is in her late forties, small complexion, nice athletic body, short hair. Everytime I meet her I am surprised at how petite she is: her energy is such that her presence fills more space than her actual body. As usual her perfume puzzles me: why do I recognize it? Do I possibly remember it from the last time I saw her?

I especially like the way she dresses: very basic and comfortable, yet so elegant. You could not compare her clothes to the polished outfits that Lebanese ladies sport at conferences and vernissages, making us foreigners look like inappropriate cindarellas. She is the one who gives allure to her dresses, not the opposite

Obviously her elegance is not in her clothes, it’s probably in the way she moves, the way she speaks and listens. So focused, like a ballet dancer reharsing.

I check on her while she crosses the parterre to reach her seat. Like a dancer in leotard –  it is clear she’s dressed for working.

And everytime her perfume puzzles me. It unexpectedly strong, deep, sensual. Sweet of an old fashioned sweetness (vanilla maybe? iris? and bergamotte for sure), but with something woody (incense? really?), mediterranean. Lavender?

She must have a private space where she’s not set up for displaying her energy. Where she’s an old fashioned woman with an excellent education, outstanding intelligence and good taste, and she’s allowed to ignore all the rest. The dusty streets of Beirut, the fat very well dressed businessmen, the artists, the smiling politician who is somehow one of her hundreds of cousins, the traffic, the smell of the traffic, the poor begging in the traffic and all of those horrible huge white buildings that call for a massive destruction.

But now she smiles to me with polite complicity and says: “I suggest you try the mini-kebbeh before the journalists discover it…” and leads me to the buffet, and she talks about my projects seeming really interested, encouraging and concerned.

Thus I wonder: maybe now I am the dust, I am the traffic, I am an unwilling bundle of talent that she thinks might be worth her efforts. I hope I decide to trust her.

1. CK One (for a man, or a woman)

There was a time back in the late Nineties, when, at every gathering, at least one of our friends, boy or girl, was wearing the CK One perfume. You were in the car with your mates, singing while driving out of the city for the weekend, and the car smelled CK One, you were outside a club before a concert, and the crowd smelled CK One, you were in the class, at your friends’ house, in a bar for a coffee, at the library, and, somehow, the scent of CK One spread through the air. That fragrance was everywhere, it was so merged with the athmosphere that it passed quite unnoticed. CK One was my then best friend’s perfume, and her boyfriend’s too. At that time I did not really like it that much. But now, if by chance I happen to listen to Chumbawamba, Song number two, Mano Negra, Vento d’Estate, my brain automatically reproduces that fresh lemon-jasmine-musk smell, and I can’t help smiling.

This serves to introduce the fact that I met him, my twenty-years-ago-best-friend’s boyfriend, on Christmas eve, in a crowded shop, in a town were neither one of us lives.

– Hey! is that you? So you live here!

– Hi! How nice to meet you! I don’t live here. Do you?

– Nope! That’s so weird! You look fine! How are you doing?

She was jealous of her exclusive relationship with each one of us, so we never talked much. We used to look at each other from a safe distance while we separately shared her attentions, her secrets, and a great deal of her time.

And now we were standing in the crowd, smiling and chatting: two middle aged nearly strangers, who unexpectedly recognized each other. We hugged and wished merry Christmas, and on his neck and jacket (a dark grey corduroy jacket) I could distinctly smell that CK One fragrance.

Did he still use it?

Or did I made it up?

Anyway, I smelled it. Time stood still for how long? A blink?

For as long as that blink lasted I stood in the neon light of the shop in a parallel dimension of infinite possibilities, where all the choices that had lead us to be those adults with glasses, scarves and corduroy jackets who had casually met in a foreign city, were still to be made. All of the friends, lovers, babies, music, travels, projects that I had lost in the process, and all of those that I would never have in the future, materialised for a moment around us. I smelled the bold innocence of my nineteen years and I thought: thanks goodness I was not aware of how fragile everything is.

Then we said goodbye, moved away and it was over.

La finestra di fronte

La palazzina di fronte a casa mia è stata costruita ai primi del Novecento. Appartiene a una compagnia di assicurazioni, che, alla fine degli anni Settanta, l’aveva acquistata dal proprietario unico, l’erede del costruttore, che affittava gli appartamenti agli inquilini con i vecchi contratti per la prima casa (la famosa “renta antigua”), legati solo all’inflazione e non al valore commerciale degli immobili e quindi  – in città – molto, molto economici.

All’inizio degli anni Novanta, quando il quartiere ha cominciato a essere interessato dal turismo e dalla speculazione immobiliaria, l’assicurazione ha proposto agli inquilini di lasciare gli appartamenti a cambio di un indennizzo. Pochi hanno accettato, hanno utilizzato l’indennizzo come base per chiedere un mutuo e si sono comprati una casa di proprietà in periferia.

La maggior parte degli inquilini, invece, si è tenuta stretta la renta antigua e la vita di quartiere. L’assicurazione ha allora smesso di fare la manutenzione ordinaria nell’edificio, che, vecchio com’è, ha cominciato a dare segni di cendimento. Niente ascensore (sono sei piani), infiltrazioni di umido dal tetto e dalle pareti, vecchie tubature in eternit intasate a giorni alterni, mattonelle che saltano e nessuna autorizzazione per rifare i bagni, o i pavimenti, o le cucine. Quasi tutti i proprietari hanno continuato a tenersi stretta la renta antigua, ma hanno subafittato (a prezzi di mercato, obviously) gli appartamenti a studenti o immigrati (“ah! il quartiere non è più quello di una volta, con tutti questi forestieri!”) e con il ricavato si sono imbarcati in un altro contratto di affitto o in un mutuo per la casa in periferia.

Resistevano solo alcuni inquilini i cui appartamenti erano dallo stesso lato della scala, che si erano quotati per pagare la manutenzione del proprio lato di palazzo: gli anziani del primo piano, che avevano comprato il loro appartamento nel 1954, unici in tutto lo stabile, e non volevano lasciarlo; la famiglia del terzo piano (lui, muratore, faceva gran parte della manutenzione); i giovani sposi del quarto piano, che avevano ereditato il diritto alla renta antigua dalla madre di lei e non avevano abbastanza denaro per accendere un mutuo; l’anziana, elegantissima, signora vedova del quinto, che doveva il suo portamento all’abitudine di fare più volte al giorno tutte quelle scale a piedi. Intanto la bella palazzina modernista cadeva a pezzi, gli appartamenti inagibili avevano le porte e le  finestre murate, il cornicione era imbragato dalle reti verdi per impedire che cadesse sulla testa dei passanti.

Arriva la crisi terribile del 2010. La compagnia di assicurazioni coglie l’attimo, contatta i titolari degli appartamenti – prevedibilmente incasinati con il proprio mutuo – , reitera l’offerta di indennizzo se rinunceranno alla renta antigua di un appartamento ormai inaffittabile ed entra finalmente in possesso di quasi tutto l’edificio, escluse le case degli inquilini che si erano fatti la manutenzione da soli.

Finalmente parte il restauro di tutto lo stabile, con un bel contributo da parte del Comune. Il settanta per cento dell’edificio viene trasformato in appartamenti turistici, tutti uguali. Li vedo dalla mia finestra: infissi in alluminio bianco, tenda bianca, finto parquet in laminato color abete, mobile a muro laccato beige, due sedie nere, cucina sobria laccata bianca. Al portone d’ingresso e all’ascensore si accede con una tessera magnetica. Ovviamente niente ascensore per i vecchi inquilini. Il soggiorno costa un centinaio di euro al giorno per persona, scopro sul sito web, e non mi meraviglia che la maggior parte degli appartamentini sia sempre vuota.

I primi ad andarsene, sono gli ex giovani sposi del quarto piano. Non hanno avuto figli, ma hanno un meraviglioso collie gigante, che vive nel balconcino e mi saluta ogni volta che mi affaccio per stendere. Spariscono da un giorno all’altro. Arrivano gli operai: via le piante dal balconcino, via gli infissi in legno, coprire les rajoles del pavimento con il finto parquet, tende bianche d’ordinanza, et voilà.

Sparisce poi la famiglia del secondo piano, d’estate. Torno dalle vacanze, e l’appartamento è già tutto nuovo, asettico, irriconoscibile. Resistono i vecchietti del primo piano.

La tapparella della signora del quinto piano è abbassata dall’inizio di Febbraio. Era una di quelle signore anziane bellissime, dritte, eleganti, con la crocchia di capelli bianchi; mi incantava il fatto che fosse sempre vestita di tutto punto e indossasse sopra i vestiti dei bei grembiuli di colori chiari. Non usciva quasi più di casa, le rampe di scale erano una fatica insormontabile. Ogni tanto si sedeva sul balconcino a prendere il sole, ma si ritirava subito, se notava altri vicini alla finestra.

Sarà morta? Sarà a casa di qualche parente? In una residenza per anziani?

Mi dispiace che non abbia aspettato la primavera: ho il balcone pieno di fresie, sicuramente il profumo sarebbe arrivato anche da lei. È nato un bambino due palazzi più giù, di fronte alla birreria: si sente piangere, sembra un gattino arrabbiato. Dei napoletani hanno aperto una pizzeria buonissima proprio sotto casa, fanno le pizze a pranzo, sicuramente la ragazza che le faceva la spesa gliele avrebbe fatte assaggiare. Hanno ripreso a cantare i merli. Aspettiamo le rondini. Aspettiamo la nuova ondata di turisti. Non devo più vergognarmi del suo sguardo sulle tute da ginnastica che indosso quando lavoro da casa.

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Léxico familiar

La Señora C. era muy mayor, tan mayor que incluso mis abuelas hablaban de ella como de una persona anciana. Era alta, elegante y guapísima, siempre vestida de negro y de gris, a juego con su pelo liso, más gris que negro, y con su delantal blanquísimo.

Su casa ya no existe: sus nietos la vendieron y en su lugar se encuentra ahora un palacete de pisos con carpintería de aluminio y plazas de aparcamiento privadas. Pero, cuando yo era pequeña, había un portal de madera que daba al patio, un patio enorme con un pozo en el centro y macetas de flores, un lemonero, naranjos, un albaricoque, varios gatos, lagartijas y jasmines. El patio siempre estaba inhundado de luz, mientras la casa era fresca y sombría.

Mi madre, mi abuela, mis tías, yo y varias primas y primos íbamos a visitar a la Señora C. (que era nuestra tía, de todas nosotras, incluso de la abuela, y esto no dejaba de asombrarme) en los domingos de verano, después de la playa, de la ducha y de esas comidas multitudinarias en las que los pequeños charlábamos y reíamos tanto que terminábamos por olvidarnos de comer. Después del café, cuando la brisa del mar empezaba a soplar tierra adentro y el calor se hacía más aguantable, una de las tías sacaba un paquete de pasteles de la nevera y anunciaba: “Vamos a saludar a la Tía C. ¿Venís?”

Íbamos caminando, en hila india, por el lado sombrío de la acera. Mi madre y su hermana abrían el pesado portal de madera, que nunca se cerraba con llave, y entrábamos en el jardín:

“¡Oh Tía C.! ¡Hemos llegado!” Anunciaba en voz alta mi abuela.

“¡Sì, sì! Os he oído! Pasad! Pasad!” Contestaba otra voz desde la casa.

Después de tanto sol, la sombra de la sala de estar casi me daba vértigo. La señora C. nos besaba a todos, nos invitaba a sentarnos y ponía el paquete de pasteles sobre la mesa, dónde ya estaban listas las tacitas para el café. Los pequeños nos poníamos todos sentados en una arca de madera, de esas grandes donde antiguamente se guardaban los ajuares de novia, y, mientras esperaba que saliera el café, la señora C. nos interrogaba:

“¿Qué habéis hecho en la playa? Ah, bien, tú has nadado… ¿Quién nada más rápido entre vosotros? ¿habéis pescado algo? Ah, fantástico, habéis cazado un pulpo! Y luego se ha escapado… pues, muy bien para el pulpo, entonces.”

Pronto salía el café, lo servía en las tazas a los mayores y a los peques nos ofrecía galletas de pasas y almendras.

“Y ahora, niñas y niños, ¡FUERA! No os quiero ver sentados al lado de vuestras madres escuchando cotilleos. ¡Fuera! ¡Fuera! Podéis jugar por toda la casa y el en patio, pero sobre todo ¡no os quedéis aquí escuchando bobadas!”

Nosotros reíamos y ella hacía el ademán de ir a buscar la escoba para echarnos:

“Fuera todos! Hay albaricoques maduros, si os atrevéis a subir al arbol. Y creo que los gatitos de la Rosa por fin han abierto los ojos. Pero sobretodo que no os pille aquí en la sombra escuchando cotilleos, que os viene la piel de monja!”

La “piel de monja”, lisa, blanquecina y sin arrugas, es el castigo de los que se quedan sentados en la sombra hablando de los demás y nunca utilizan su cuerpo para atreverse a vivir su propia vida.

La señora C., orgullosa de su belleza de abuela muy muy mayor, de sus plantas, de sus gatos, de sus infinitos sobrinos y nietos y de su larguísima vida de trabajo y desafíos, nos miraba de reojo desde la ventana, tomándose el café.

saudade

A Beirut adesso inizia l’estate. A primera hora de la mañana le strade sanno del gas di scarico delle macchine, dell’acqua e detersivo che si butta sul marciapiede dopo aver lavato l’androne dei palazzi, di manoushi, di caffé, di fiori d’acacia, di shisha della notte prima, di cemento fresco delle betoniere sempre attive, di gas di scarico dei generatori, di basilico e menta dai vasi di terracotta all’ingresso dei negozi, di sudore degli operai siriani che dormono nei cantieri, di profumo caro, di dopobarba, di lacca al benzene per capelli cotonatissimi, di mare, di sigaretta, del lucido per scarpe degli sciuscià di otto anni, di erba, fiordarancio e gelsomini negli sterrati fra i palazzi abbandonati e ancora, soprattutto, di gas di scarico. Niente Beirut per me quest’estate, che saudade. Barcellona marcia allegra e ordinata verso le sorti magnifiche e progressive, la Sardegna immobile ti riserva schiaffi di natura incontaminata e bellezza e tu ti struggi per questa città deturpata e polverosa. Ya Beirut ya set al-dumia.

Struggle for representation

Capita di dover andare a sbrigare delle commissioni in centro, a mezza mattina, durante il Mobile World Congress. Travolta da gruppi di manager coreane brutte, ma truccatissime ed eleganti e di nord-europee con scarpe e vestiti di ottima fattura, un rapido sguardo al mio riflesso in una vetrina conferma che i miei vestiti sono dozzinali, le mie scarpe comode-di-marca-italiana più sobrie che belle, il mio taglio di capelli ordinato, ma per niente chic.

“Ha ragione mia mamma!” sospiro: “Sono ormai completamente barcellonizzata: non ho neanche più l’aspirazione ad un punto di eleganza!”

Dal Passeig de Gràcia spuntano due macchine della Guardia Urbana e un blindatino dei Mossos. Bloccano il traffico in plaza Catalunya e pattugliano l’isolato del Corte Inglés mentre passa una minuscola manifestazione di signore vestite con il camice da operaie, unite dietro a uno striscione che reclama diritto al lavoro: un’impresa italiana che produce accessori per auto, dopo aver licenziato in Italia e delocalizzato in Spagna nei primi anni 90, si prepara a licenziare in Spagna e delocalizzare in Romania nel 2015. Le signore sono una cinquantina, sicuramente meno dei poliziotti. Non fanno casino, distribuiscono gentilmente ai passanti dei volantini fotocopiati in cui illustrano in breve le loro rivendicazioni.

Le curatissime manager del Mobile World Congress, ferme al semaforo di Portal del Angel e cariche di buste di vestitini di marche Inditex prodotti in Bangladesh, sguainano i telefonini e cominciano a riprendere la scena molto pittoresca delle operaie che manifestano novecentescamente nel centro di una città così hip, safe, smart e tourist friendly.

Rimango per un lungo minuto incantata a osservare le operaie cinquantenni nello schermo del telefonino della coreana che mi sta più vicina, poi scatta il verde, i poliziotti ci permettono di attraversare, e un rancore che non mi spiego mi spinge a rinunciare alla passeggiata per i negozi del centro e a tornare subito a casa tagliando per il Raval. È noto che nel Raval i manager del Mobile World Congress entrano solo in taxi, dietro esplicita raccomandazione dei maîtres degli alberghi dove alloggiano.

Non so neanche su cosa sto rimuginando, quando, infilando il carrer Aurora, mi ritrovo davanti un altro gruppo di turisti giovani in zaino e sandaletti.

“Qui?” Mi meraviglio.

Sono studenti americani, assiepati intorno ai murales azzurri realizzati per ricordare ai passanti il brutale intervento della polizia che, due anni fa, ha portato alla morte di un barcellonese. Il professore è un omone di colore in ciabatte: racconta asciuttamente la vicenda, spiega come l’insabbiamento delle responsabilità dei poliziotti sia stato scongiurato dalle testimonianze di vicini di tutte le nazionalità, parla della cessione del centro di Barcellona al turismo di massa, della gentrification dei quartieri popolari, del ruolo della polizia nella repressione dei movimenti di piazza nati in seguito alla crisi, del lavoro delle associazioni di quartiere per garantire agli abitanti il diritto alla fruizione dello spazio pubblico.

Mi fermo ad ascoltare. L’omone storicizza, articola, contestualizza. Ed è pure ammerigano, io me li immagino sempre tutti postmodernisti intenti a comprare il colosseo. Per i suoi studenti la città smette di essere la quinta colorata della marca Barcelona che l’Ajuntament propone in affitto per il turismo di fiere, crociere e despedidas de soltero e riprende la forma della città: “we are talking about a European, Mediterranean city. In Europe the city has been for centuries the key of public identity: wherever you come from, you belong to the city and you need your individuality and your community to be represented in it, by it” (ovviamente cito a memoria, immaginate una voce bassissima, da coach o da trombettista): “There’s this struggle for individual and group representation in public spaces. But the tourism industry needs to construct and sell a reassuring image of the city, out of politics, of real economy, of cultural and ethnic change.”

Mi stacco dal gruppo e cammino verso il Parallel con il cuore più leggero e il solito passo di marcia. I due piccoli aneddoti della mattina, affiancati, assumono la dimensione di un apologo e macino il marciapiede guardandomi le scarpe e riflettendo.

Le mie scarpe-comode-di-marca-italiana, compromesso identitario di cui non mi ero finora resa conto, mi sorridono di rimando.

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Ceci n’est pas un racconto mensile

La nonna di Silvia era nata in un paesino dell’Appennino in un anno imprecisato fra le due guerre. Aveva quattro fratelli maggiori ed era, e sarebbe rimasta, la più piccola e l’unica femmina. Alla fine della seconda guerra mondiale giunse a casa sua una famiglia di parenti, sfollata per sfuggire ai bombardamenti e ai rastrellamenti. C’era una fame che si tagliava con il coltello. Gli uomini o erano invalidi, o erano in guerra, o erano in montagna con i partigiani. I raccolti degli ultimi anni erano andati quasi perduti, quello del 43 perso del tutto. Si viveva di patate, castagne e latte di capra, ma veramente poco di tutto. Lei raccontava che la gente era così deperita che moriva di raffreddore.

La famiglia che arrivava dalla città era composta da una madre anziana e da due figlie giovani, una già vedova, e l’altra sposata e madre di due figli. Il marito era invalido, ma c’era. Quando questa ragazza si trovò di nuovo incinta, la famiglia decise che doveva abortire. L’operazione la lasciò debolissima e, nel giro di qualche mese, morì.

La nonna di Silvia diceva che, nei suoi ricordi, dal ‘42 al ‘45 era sempre inverno, c’era sempre buio e faceva sempre freddo. La prima estate che ricordava è quella del 46, quando anche lei si sposò. Si trasferì a Roma, ebbe tre bambini (maschi), lavorò dentro e fuori casa, e, finalmente in pensione, poté godersi le due nipotine femmine, Silvia e sua cugina.

Quando la cugina di Silvia, che era la maggiore, compì quindici anni, la nonna le invitò entrambe a casa, da sole:

– Bambine- disse: -Ho un regalo per voi, ma non è un regalo di compleanno.

Era un libretto postale, in cui aveva accumulato negli anni una somma non piccola: – è intestato a voi. Io continuerò a metterci dei risparmi, ma potete prendere i soldi quando volete, anche senza dirmi niente.

Aveva iniziato a risparmiare appena sposata, in caso suo marito fosse morto, in caso ci fosse stata un’altra guerra e fossero dovuti scappare, in caso fossero diventati di nuovo poverissimi, e magari avesse dovuto abortire (ma in ospedale, non in cucina!), o magari non avesse voluto abortire, e avesse voluto avere un figlio da povera e magari anche con un marito invalido, o se magari quel bambino fosse stato malato… Ma non era successo niente di tutto questo: c’era il lavoro, la mutua, la scuola pubblica, la pensione; qualche bomba sui treni di Natale, ma nessuna guerra; qualche sciopero, molti sacrifici, ma la fame mai più.

– Ma può sempre succedere. Cosa ne sappiamo noi? E se voi un giorno non sapete come fare, o dovete partire di punto in bianco, o volete un figlio, o non lo volete… Decidete voi! Con i soldi si è sempre più libere, e se vi chiedono conti rispondete: “Ho deciso io. Mi ha aiutato nonna.”

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(sì, è una storia vera)