Ouk ekponoumen dè

Per circa 2500 anni la fettina di mondo che chiamiamo Occidente ha continuato a ricopiare e tramandare delle cose pensando che ai propri figli e alunni sarebbe servito – o piaciuto – leggerle. E le generazioni, via via, sono entrate in possesso di un’antologia in cui hanno rivisto le scelte dei propri padri e nonni, ed hanno potuto operare le proprie, trasformando la raccolta dei testi conservati non più in una rappresentazione del mondo che li aveva prodotti, ma, di volta in volta, di ciò che l’epoca successiva ci voleva leggere.

Credo esistano poche sensazioni più lussuose della consapevolezza di essere l’ultimo anello di una catena lunghissima di persone, che, nei secoli, si sono riconosciute in una poesia arrivata fino a loro per la stessa serie di concatenazioni casuali di eventi che portano la bottiglia del naufrago a sbattere contro il materassino del ragazzino in spiaggia.

Una delle prime bottiglie trovate mentre da ragazzina mi dondolavo sul mio metaforico materassino aveva dentro una parte dell’Ippolito di Euripide e diceva così (traduzione mia fatta adesso, ripetendomi i versi, nella migliore tradizione della corruzione creativa dei testi):

“Conosciamo in teoria e in pratica quali sono le cose migliori, ma non ci assumiamo la fatica di farle: alcuni per pigrizia, altri perchè antepongono al bene il piacere. E sono tanti i piaceri della vita: le lunghe chiacchierate, l’ozio, gradevole vizio, ed il ritegno. E questo è di due tipi: il primo non è nocivo, il secondo è una rovina per la casa. Certo, se il ritegno conveniente fosse chiaro, non ci sarebbero due cose che si chiamano con lo stesso nome.”

Mi cantileno questi versi ogni tanto, ultimamente, per ricordarmi che sto sbagliando: che il senso di giustizia non serve a niente se non si riesce ad agire per compiere ciò che si ritiene giusto, e che la maniera più semplice e ovvia per allontanarsi dall’azione è cullarsi nel piacere della quotidianità rassicurante. C’è linea sottile fra il ritegno (buono) e il conformismo, fra il pudore a sgomitare (buono) e la mancanza di iniziativa e di fiducia nella propria capacità di iniziativa.

(Dubito che questa interpretazione gramsciana fosse nelle intenzioni di Euripide, ma francamente me ne infischio).

Barcellona, città anseatica

In quest’estate grigia e fredda, che ha finto di essere estate solo per produrre una doverosa cornice mediterranea intorno al SONAR, Barcellona si mostra per ciò che realmente è, in pectore, da poco meno di mille anni: una città della lega anseatica, casualmente localizzata sulla sponda nordoccidentale del Mare Nostrum e spacciata per città dell’europa meridionale da un’accurata e fuorviante campagna di marketing turistico.

Non si tratta di latitudine: Genova, Nizza e Marsiglia sono città mediterranee. Barcellona è una città anseatica.

Come gli abitanti dei porti della Lega medievale, anche i cittadini di Barcellona sono calvinisti senza sapere ancora di esserlo. Sono infatti dotati di quella disposizione d’animo che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce l’uomo dabbene a reinvestire i frutti della propria attività in nuove iniziative economiche, considerando l’ampliamento del proprio giro d’affari e il profitto –non il lusso e giammai l’ozio- come il vero segno del successo, della legittimazione sociale e della grazia divina. Il lavoro, la feina, è un valore e un fine di per sé, non può essere ridotto a un mezzo per procurarsi agi. È la garanzia di una condotta ordinata e operosa, è l’investimento della creatività e della forza dell’individuo, è il contributo che ogni cittadino-formichina dà alla città.

Ai barcellonesi manca il gusto per l’ozio e per la fantasticheria indolente. Anche il tempo libero è concepito in maniera costruttiva, con un tasso di associazionismo ed escursionismo da workaholic. Sul dizionario dell’Institut d’Estudis Catalans (il dizionario normativo della lingua catalana), alla voce lleure (tempo libero), la frase esemplificativa è: “No saber algú aprofitar els seus lleures”: “una persona che non sa trarre profitto dal proprio tempo libero”. Perdigiorno, vil razza dannata.

L’organizzazione della città è il riflesso coerente di questo atteggiamento verso la vita. Non piazze oziose graziosamente dominate dai palazzi del potere, in cui si sta seduti anche da soli a guardare la vita che scorre, ma lunghi viali da percorrere, lungo i quali spostarsi, incontrarsi, vendere e comprare, mentre la mole dei palazzi è nascosta dalle fronde degli alberi. Certo che si può stare oziosi nella terracita de verano, ma nella terracita si paga la birra e la permanenza, e comunque alle undici il proprietario plega, leva i tavolini, scaccia gli avventori e via verso la metropolitana, che comunque chiude a mezzanotte quando l’indomani hi hagi feina.

Anche il mare non è il mediterraneo. Non ha odore di mare, non ha la luce del mare. Non è lo scintillio sensuale dei quadri di Sorolla, la bellezza assoluta della luce e della forza delle onde, sempre protagonista anche quando il quadro finge di riprodurre il lavoro dei pescatori e il veraneo della borghesia. Il mare di Barcellona non è mai protagonista:  è talvolta una elegante quinta architettonica che chiude (non apre) la città verso Est, talvolta, candidamente, una onesta e solida fonte di profit: la produttività del porto commerciale ben nascosto dietro il Montjuich, della finta spiaggia-parco giochi costruita appositamente per ospitare l’idea di estate mediterranea dei turisti nord-europei, dei grattacieli sbriluccicanti (quelli sì) del world trade center, visibili quasi solo dalle barche da diporto del port olimpic. Il mare non entra quasi nella vita quotidiana dei cittadini, non irrompe nell’orizzonte dei passanti. O è feina, o è lleure, ma certo non è immaginario.

Delle città anseatiche Barcellona ha anche l’orgogliosa indipendenza cittadina e l’aspirazione a utilizzare il proprio potere economico per condizionare le decisioni dell’”impero”. Impulso abbastanza wannabe, in effetti, perchè l’impero ha verso i catalani una ben radicata diffidenza e se può limita, non certo incoraggia, le ambizioni della città.

Ma anche questa limitazione è vissuta -se mi permettete- anseaticamente.  Barcellona condivide con le sue consorelle nordiche una sorta di fiduciosa passione per il progetto bizzarro e magniloquente, portato a termine nè per Dio nè per la Regina nè per la Bellezza (anzi), ma semplicemente perchè ci  sono i soldi per farlo, l’energia abbonda  e nessuno ha saputo rispondere convincentemente alla vera fondamentale domanda: “perchè no?”

Facciamo diventare sport nazionale la costruzione di castelli umani con bambinetti dell’asilo in cima? Eh! Perchè no?!

Costruiamo una torre gigantesca a forma di caz… di suppos… di razzomissile? Che ideona…Perchè no?!

Facciamo normalizzare la grammatica e l’ortografia della nostra lingua a un ingegnere? Wow, chissà perchè non ci ha mai pensato nessuno prima! Perchè no?!

Mi esasperano, ma non so cosa darei per avere lo stesso candore.

Montalbano e la catalanista (molto nazionalista)

Scrivo seduta sul pavimento di un balcone del secondo piano affacciato su un giardino in cima alla collina di Achrafiyeh, Beirut. Certo non è il posto più consono per una dissertazione su Vigata e Barcellona, ma fate conto che sia una verandina sulla spiaggia di Marinella e che io abbia la mia bottiglia di whisky ancora sigillata affianco. All’inizio dell’estate un’amica barcellonese, che ha studiato italiano, lo parla abbastanza bene e lo legge senza difficoltà, mi ha detto: “Sto leggendo Montalbano in traduzione. Ho provato in originale, ma non lo capisco, ni sé como buscar las palabras en el diccionario. En realidad ni en traducción le veo la gracia, o sea que la historia está bien, pero no entiendo el cariño que le tenéis los italianos. De izquierdas. A un policia machista y deprimido. A una historia que no se entiende en que idioma está escrita. E tu, che non sei siciliana, come fai a capire il suo dialetto?”

Alla mia amica tutto il lavoro artigianale di costruzione dell’intreccio, di caratterizzazione, entrata e uscita dei personaggi, di ritmo dei dialoghi, di creazione della lingua, di “risonanza” delle citazioni e dei rimandi letterari, in generale non provoca grande esaltazione. Quello che lei chiedeva è una specie di traduzione culturale: cosa ci trovate voi italiani, che io, non essendo italiana, non riesco a vedere? Incuriosita, sono diventata azionista Sellerio e durante l’estate mi sono letta tutti i Montalbani che mi mancavano. Non sto a fare una dissertazione su questi gialli: internet è piena di riassunti e recensioni. Scrivo solo di seguito i punti che vorrei discutere poi con L., quando ci rivedremo a Barcellona fra qualche mese.

1. El poli de izquierdas

L. è nata durante la Transizione, ma viene da una famiglia di Repubblicani e di oppositori del franchismo; la sola vista della polizia e delle bandiere spagnole la mette a disagio. Io sono stata educata a fidarmi delle forze dell’ordine e c’è voluta Genova. Poi ho letto gli atti della Commissione Stragi sul sito del Parlamento, e vabbè. Però sono stati gli ultimi anni a Barcellona, con la violenza impunita e gratuita della polizia autonomica, a farmi capire che cosa significhi avere paura di tutti i poliziotti a prescindere: provare un brivido nello scorgere il furgoncino fermo all’angolo della strada trafficata, sapere che lì dentro ci sono degli uomini armati, essere certa che non avranno il minimo rispetto per mia incolumità, anche se sono un semplice passante. Neanche qui in Libano i mitra che penzolano a tracolla dei soldati che presidiano gli incroci mi fanno scanto come le tenute antisommossa dei Mossos catalani.

Ovviamente Montalbano sbirro gentiluomo è una licenza poetica così come le nuotate chilometriche nell’acqua gelida al buio e le donne, tutte bonissime come nelle controcopertine di Diabolik, che lo insidiano in ufficio /in macchina /in casa /nelle stalle, etc. Non ho difficoltà a riconoscere che anche il Montalbano che decide di dimettersi dopo Genova e poi rinuncia, per farsi eroicamente quasi ammazzare, esiste solo nel boschetto della fantasia di Camilleri. Eppure la figura del funzionario che si sente servitore dello Stato e non servo del potere (il medico non obiettore, il professore che non tira a campare, il produttore Rai che difende la qualità, il magistrato che non archivia l’indagine e via enumerando) mi sembra sia abbastanza topica nell’immaginario -e anche nell’esperienza- degli italiani. La contrapposizione tra lo Stato democratico regolato (diciamo “auspicato”!) dalla Costituzione e “i poteri forti”, come si diceva ancora quando ero piccola, è qualcosa che mi è sempre sembrata talmente ovvia e lampante da essere universale. E invece, riflettendoci, per L. è un concetto assolutamente estraneo.

Per la mia amica l’estat espanyol è il potere oppressore e punto, non ha nessun valore positivo: al massimo può essere una definizione geografica neutra tipo “tutta la penisola iberica escluso il Portogallo”. L’estat català per lei è una questione prima di tutto culturale (vorrei dire “etnica”, ma poi si offende): l’espressione di una identità sentita come lungamente negata, più che un progetto “laico” di costruzione di una comunità basata su valori. Quando i Mossos mobilitati dal Conseller fascio e catalanista picchiavano e intimidivano i manifestanti, lei si scandalizzava perchè i poliziotti aggredivano i propri connazionali (gent que parla la teva mateixa llengua!), non perchè glielo ordinava il dirigente di un partito nazionalista che lei ha contribuito a far eleggere. Che la Catalogna abbia i suoi poteri forti, che osteggiano l’uguaglianza di opportunità, il laicismo, il diritto al lavoro, la tutela del patrimonio e del paesaggio, non la disturba fintantochè difendono l’identitat. Sto decisamente uscendo fuori tema, ma da poco ha postato su facebook un articolo in cui si sosteneva che la costruzione di Eurovegas deve essere osteggiata perchè il gioco d’azzardo è contrario alla morale dell’impegno tipica del seny català. Non perchè distruggerebbe un parco ambientale, arricchirebbe le mafie, godrebbe di finaziamenti pubblici per creare pochi posti di lavoro e un indotto basato sul turismo mordi e fuggi, ma perchè non è compatibile con la morale tradizionale (o quella che nell’Ottocento veniva definita come tale, possiamo aprire il dibattito).

Per tornare in carreggiata, mi sembra che L. liquidi con sufficienza il personaggio-poliziotto, perchè non le appartiene affatto nè l’utopia costituzionale secondo cui lo Stato difende la persona in quanto soggetto di diritti in un determinato territorio, a prescindere dalla sua appartenenza alla nazione, nè ancor meno l’idea che il cittadino debba difendere lo Stato da chi lo vuole strumentalizzare per i propri fini. Montalbano non antigoneggia astrattamente quando si domanda se agire in conformità con la liggi oppure secondo la giustizia, ma riproduce un dibattito interno che qualunque italiano di buon senso è abituato ad affrontare consapevolmente: per questo il lettore non trova assurdo che il funzionario Montalbano sia rappresentato sempre cosciente del fatto che il suo dovere di tutore dell’ordine non è l’obbedienza cieca alla liggi, ma l’uso della liggi come strumento per difendere la giustizia dall’abuso del più forte, che a volte si fa le liggi, a volte le osteggia. La sua scelta di campo è a monte, nella scelta dell’ ordine da tutelare: le azioni ne sono una conseguenza coerente e infatti Fazio, insieme a mezzo paísi, lo giudica “comunista”.

Tutto ciò mentre le zanzare di Achrafiyeh, bastarde senza gloria, mi divorano i piedi.

2. Ordine, disordine e depressione da verandina

Nei romanzi scritti prima della guerra civile libanese, la collina di Achrafiyeh profuma sempre di gelsomini e di zagare. Adesso puzza come tutta la città, ma può capitare di notte all’improvviso, quando i generatori di corrente sono spenti, i cantieri edili fermi, il rumore del traffico quasi lontano, di farsi sorprendere da un vento umido, sensuale e profumato di mare e di fiori. Sono proprio gelsomini, chissà da che giardino dimenticato, in effimero vantaggio sui gas di scarico dei generatori. Il tempo di scriverlo ed il profumo è già svanito.

A me piace il fatto che il tutore dell’ordine, appartenente all’odiosa generazione che “ha fatto il 68” e si è blindata al potere negli ultimi quarant’anni a costo di far affondare il Paese nel pantano nel quale si trova (affermazione discutibile della quale sono sinceramente convinta), a livello personale non riesca a inserirsi in nessuno dei diktat dell’ordine sociale: fai carriera, sposati, fai i figli, invecchia, non guardare mai fuori dal tuo giardino. A partire forse da Il campo del Vasaio è come se ci fosse -semplifico- un Montalbano diurno e razionale, capace di ricostruire con la logica e l’intuizione l’ordine delle cose, ed uno notturno, disadattato e confuso, che si rende conto che invecchia e che si perde, che non ha costruito niente e niente lascerà, che la solitudine lo annega. E non reagisce (o forse reagisce adesso, vediamo cosa succede dopo Una lama di luce). Mi dà una specie di perfida soddisfazione vedere il sessantenne Montalbano tormentarsi nella verandina, una sigaretta e un bicchiere di whisky dopo l’altro, vivere quello sfaglio fra realtà e aspettativa personale, sociale ed esistenziale che è una costante per la mia generazione. A quarant’anni ti potevi permettere di ignorarlo, mio caro. A me non è stato permesso neanche a venti. Dai, togli il sigillo alla bottiglia, che contempliamo un po’ questa mancanza di senso.

Certo il commissario Santamaria, di vent’anni più anziano di Montalbano, non si sarebbe fatto intrappolare in questa spirale. Ma erano gli anni Settanta: si poteva notare pensosamente che “i fatti”, pur messi in fila e ordinati secondo un rapporto causa-effetto com’è compito dei bravi commissari, non sono sufficienti a spiegare la realtà. Ma era una osservazione a margine, un’ammissione di non-onnipotenza, non una dichiarazione di impotenza. Lo è invece questo ripiegarsi sulla verandina a guardare il mare, questo senso di sconfitta personale, quando invece è tutto un modello sociale e culturale ad essere stato sconfitto senza neanche aver quasi combattuto…sto interpretando in chiave troppo personale? Direbbe Troisi che la poesia è di chi gli serve.

3. …machista?

Sul fatto che Montalbano sia machista io non sono d’accordo. Mi sembra egoista, carogna, inaffidabile, egocentrico, possessivo e talvolta anche pavido, ma non diversamente da come potrebbe esserlo una donna. E quale donna single non vorrebbe a casa propria la cammariera Adelina, che stira la roba, fa la spesa, lascia le triglie cucinate nel forno e sa anche farsi gli affari suoi? Trovo che sia stata una grande mossa di Camilleri quella di aver sottratto a Livia tutto il lavoro di “cura” dell’uomo solo per affidarlo a una signora all’uopo stipendiata: non sai riparare i tubi e chiami l’idraulico, non ti sai gestire la casa e paghi la governante, mica te ne sposi una. Camilleri -classe 1925- dà i punti a diverse conoscenti precocemente votate alla desperate housewifeness. C’è da dire, però, che essere nata e cresciuta in un contesto familiare a culturale in cui verso le donne esiste un solido pregiudizio positivo (sto parlando della Sardegna, non di Marte) mi ha portato a non sviluppare nessun anticorpo di difesa verso il maschilismo, addirittura a non riconoscerlo: innocente e a rischio linciaggio come la regina di Francia che consiglia di mangiare brioches. La prima volta che ho realizzato che esistesse la discriminazione di genere avevo 25 anni, ero laureata e il datore di lavoro (contratto a progetto per una grande impresa romana) aveva infilato fra le carte da firmare un foglio di dimissioni in bianco: “sa, per tutelarci in caso Lei rimanga incinta”.

Io: “ma è legale?”

Lui: “beh, si usa così”

Io: “e rischiate una denuncia per un contratto a progetto di durata massima tre mesi?”

Il tipo pensa che lo stia minacciando e accartoccia il foglio. Io in realtà ero sinceramente stupita all’idea che ignorasse che, visto il tipo di contratto, le mie garanzie in caso di maternità sarebbero state comunque inesistenti.

Non che sia migliorata molto: qualche tempo fa io e L. eravamo a un congresso in cui un illustre grande vecchio della ricerca internazionale (italiano) si pavoneggiava con il suo codazzo di allievi/e, trattando i maschi come colleghi e le femmine come ginnasiali – e aggiungo che queste si comportavano come tali: “Vamos que tus compatriotas son unos machistas y paternalistas de mierda!” Mi sibila L. a voce abbastanza alta da farsi sentire dalle persone intorno a noi, che annuiscono vigorosamente.

“Ah, ecco! Paternalismo! È un paternalista e maschilista di merda!” Mi illumino io, che mi ero limitata a pensare che fosse un idiota, rivelandomi incapace di inquadrare il suo comportamento in un più ampio movimento culturale.

E quindi, ecco: se L. dice che Montalbano è maschilista, io non sono d’accordo, ma le do il beneficio del dubbio.

4. ¿Pero no te fastidia leer medio en italiano y medio en siciliano?

Ai catalanisti duri & puri viene insegnato fin dall’asilo che il parlare umano si divide in due grandi e impermeabili categorie: le Lingue, espressione delle Nazioni, e i dialetti, espressione dei poveracci. Infatti il catalano è una lingua e l’andaluso è un dialetto da pezzenti.

La storia linguistica dell’Italia li lascia spiazzati: sì, forse il veneziano è un dialetto (ma Goldoni? Ma la cancelleria della Serenissima?), ma il sardo è una lingua (però Gramsci scrive in italiano: allora Gramsci è autocolonialista?). No: Manzoni e Foscolo a casa propria, a tavola, non parlavano in italiano. Sì il napoletano è una lingua e il romano è un dialetto, ma De Filippo in napoletano e Trilussa in romanesco erano nella mia antologia di italiano delle medie. Secondo l’Unesco sono tutte lingue, compreso il siciliano; secondo la Costituzione italiana alcune sono lingue minoritarie, altri sono dialetti. E l’Italiano che stiamo parlando adesso, obietta allora L., la lingua di che popolo imperialista e colonialista (ça va sans dir) è?

Invece di perdeci dietro a Bembo, torniamo alla domanda: perchè a moltissimi lettori italiani non dà fastidio leggere in una lingua che nei primi libri è un italiano regionale siciliano, ma che poi via via, man mano che il commissario entra in fase introspettiva y que el lector se acostumbra, diventa sempre più siciliano?

Semplificando, sono due i fatti che vorrei spiegarle: 1) che la riproduzione scritta dell’italiano regionale è innanzitutto un’esigenza di mimesis, perchè la cadenza, il lessico, la costruzione sintattica anche delle persone colte è (in certi casi fortemente) caratterizzata localmente: se lo scrittore è bravo, per il lettore non c’è niente di artificioso. 2) che, poichè i dialetti italiani sono stati più o meno tutti delle lingue letterarie e hanno contribuito alla costruzione della lingua poetica italiana, e poichè le lingue regionali italiane ha avuto un peso considerevole anche nel dopoguerra (senza pensare a Gadda, basta il cinema), al lettore che sia andato a scuola non costa fatica riconoscere al dialetto (non necessariamente il proprio) lo status di lingua capace di esprimere tutti i registri espressivi, non solo un tratto caratterizzante del “popolano”. Quindi Camilleri, di fatto, può giocare con almeno tre lingue diverse: il siciliano, l’italiano standard e l’italiano poetico, che non corrispondono ciascuna ineluttabilmente a un registro (popolare/ medio /aulico) e possono essere mischiate -da uno bravo- senza che suoni artificioso. Ci può giocare proprio perchè la maggior parte dei lettori italiani è abituata a recepire (se non a utilizzare) tutti e tre le lingue e a non identificarle automaticamente con un registro linguistico o un gruppo sociale.

Faccio un esempio: quando Livia appare all’aeroporto “beddra e ridente” a pochi lettori nerd risuona Beatrice sì bella e ridente, ma a nessuno suona falso l’accostamento fra la parola siciliana (che rimanda alla sfera affettiva più spontanea, sembra proprio che al commissario gli venga dal cuore) e la parola poetica, che non si utilizzerebbe mai adesso nella lingua parlata, ma che subito apre una finestra pop-up di occhi tuoi ridenti e fuggitivi, di sì ridente apparve fuore ch’innamorò con sua bellezza il cielo, e tutta una galleria di madonne gentili che danno per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender non la puo’ chi no la prova.

Non si tratta dell’accostamento di un registro basso e di uno alto, ma della fotografia del pensiero di un italianoparlante per cui entrambe le lingue fanno parte dell’esperienza e possono interagire per descrivere le realtà. Per una catalan(ista) bilingue catalano-spagnolo allevata secondo il dogma del “no barreixis!” (“non mischiare!”), tutta questa mescolanza è un pasticcio e non rende giustizia né all’italiano, né al siciliano, che, se è davvero una lingua, dovrebbe avere testi normalizzati, libri di scuola e romanzi storici che “gli italiani” dovrebbero leggere in traduzione. Ogni lingua al suo popolo e ogni popolo alla sua lingua! Francamente, che palle.

5. infine

E quindi L. mi odierà, come fa sempre quando non ho rispetto per la sua fede nazionalista e uso qualunque pretesto come piede di porco per metterla in dubbio. Volevo scrivere “scardinarla”, ma ci vorrebbe ben più ed altro che un piede di porco, un’amica italiana irrispettosa e un commissario di provincia.