I potenziali clienti

potrebbero riscontrare una certa analogia nell’originalità e cura dei dettagli della merce esposta:

saatchi gallery

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saudade

A Beirut adesso inizia l’estate. A primera hora de la mañana le strade sanno del gas di scarico delle macchine, dell’acqua e detersivo che si butta sul marciapiede dopo aver lavato l’androne dei palazzi, di manoushi, di caffé, di fiori d’acacia, di shisha della notte prima, di cemento fresco delle betoniere sempre attive, di gas di scarico dei generatori, di basilico e menta dai vasi di terracotta all’ingresso dei negozi, di sudore degli operai siriani che dormono nei cantieri, di profumo caro, di dopobarba, di lacca al benzene per capelli cotonatissimi, di mare, di sigaretta, del lucido per scarpe degli sciuscià di otto anni, di erba, fiordarancio e gelsomini negli sterrati fra i palazzi abbandonati e ancora, soprattutto, di gas di scarico. Niente Beirut per me quest’estate, che saudade. Barcellona marcia allegra e ordinata verso le sorti magnifiche e progressive, la Sardegna immobile ti riserva schiaffi di natura incontaminata e bellezza e tu ti struggi per questa città deturpata e polverosa. Ya Beirut ya set al-dumia.

Struggle for representation

Capita di dover andare a sbrigare delle commissioni in centro, a mezza mattina, durante il Mobile World Congress. Travolta da gruppi di manager coreane brutte, ma truccatissime ed eleganti e di nord-europee con scarpe e vestiti di ottima fattura, un rapido sguardo al mio riflesso in una vetrina conferma che i miei vestiti sono dozzinali, le mie scarpe comode-di-marca-italiana più sobrie che belle, il mio taglio di capelli ordinato, ma per niente chic.

“Ha ragione mia mamma!” sospiro: “Sono ormai completamente barcellonizzata: non ho neanche più l’aspirazione ad un punto di eleganza!”

Dal Passeig de Gràcia spuntano due macchine della Guardia Urbana e un blindatino dei Mossos. Bloccano il traffico in plaza Catalunya e pattugliano l’isolato del Corte Inglés mentre passa una minuscola manifestazione di signore vestite con il camice da operaie, unite dietro a uno striscione che reclama diritto al lavoro: un’impresa italiana che produce accessori per auto, dopo aver licenziato in Italia e delocalizzato in Spagna nei primi anni 90, si prepara a licenziare in Spagna e delocalizzare in Romania nel 2015. Le signore sono una cinquantina, sicuramente meno dei poliziotti. Non fanno casino, distribuiscono gentilmente ai passanti dei volantini fotocopiati in cui illustrano in breve le loro rivendicazioni.

Le curatissime manager del Mobile World Congress, ferme al semaforo di Portal del Angel e cariche di buste di vestitini di marche Inditex prodotti in Bangladesh, sguainano i telefonini e cominciano a riprendere la scena molto pittoresca delle operaie che manifestano novecentescamente nel centro di una città così hip, safe, smart e tourist friendly.

Rimango per un lungo minuto incantata a osservare le operaie cinquantenni nello schermo del telefonino della coreana che mi sta più vicina, poi scatta il verde, i poliziotti ci permettono di attraversare, e un rancore che non mi spiego mi spinge a rinunciare alla passeggiata per i negozi del centro e a tornare subito a casa tagliando per il Raval. È noto che nel Raval i manager del Mobile World Congress entrano solo in taxi, dietro esplicita raccomandazione dei maîtres degli alberghi dove alloggiano.

Non so neanche su cosa sto rimuginando, quando, infilando il carrer Aurora, mi ritrovo davanti un altro gruppo di turisti giovani in zaino e sandaletti.

“Qui?” Mi meraviglio.

Sono studenti americani, assiepati intorno ai murales azzurri realizzati per ricordare ai passanti il brutale intervento della polizia che, due anni fa, ha portato alla morte di un barcellonese. Il professore è un omone di colore in ciabatte: racconta asciuttamente la vicenda, spiega come l’insabbiamento delle responsabilità dei poliziotti sia stato scongiurato dalle testimonianze di vicini di tutte le nazionalità, parla della cessione del centro di Barcellona al turismo di massa, della gentrification dei quartieri popolari, del ruolo della polizia nella repressione dei movimenti di piazza nati in seguito alla crisi, del lavoro delle associazioni di quartiere per garantire agli abitanti il diritto alla fruizione dello spazio pubblico.

Mi fermo ad ascoltare. L’omone storicizza, articola, contestualizza. Ed è pure ammerigano, io me li immagino sempre tutti postmodernisti intenti a comprare il colosseo. Per i suoi studenti la città smette di essere la quinta colorata della marca Barcelona che l’Ajuntament propone in affitto per il turismo di fiere, crociere e despedidas de soltero e riprende la forma della città: “we are talking about a European, Mediterranean city. In Europe the city has been for centuries the key of public identity: wherever you come from, you belong to the city and you need your individuality and your community to be represented in it, by it” (ovviamente cito a memoria, immaginate una voce bassissima, da coach o da trombettista): “There’s this struggle for individual and group representation in public spaces. But the tourism industry needs to construct and sell a reassuring image of the city, out of politics, of real economy, of cultural and ethnic change.”

Mi stacco dal gruppo e cammino verso il Parallel con il cuore più leggero e il solito passo di marcia. I due piccoli aneddoti della mattina, affiancati, assumono la dimensione di un apologo e macino il marciapiede guardandomi le scarpe e riflettendo.

Le mie scarpe-comode-di-marca-italiana, compromesso identitario di cui non mi ero finora resa conto, mi sorridono di rimando.

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Ceci n’est pas un racconto mensile

La nonna di Silvia era nata in un paesino dell’Appennino in un anno imprecisato fra le due guerre. Aveva quattro fratelli maggiori ed era, e sarebbe rimasta, la più piccola e l’unica femmina. Alla fine della seconda guerra mondiale giunse a casa sua una famiglia di parenti, sfollata per sfuggire ai bombardamenti e ai rastrellamenti. C’era una fame che si tagliava con il coltello. Gli uomini o erano invalidi, o erano in guerra, o erano in montagna con i partigiani. I raccolti degli ultimi anni erano andati quasi perduti, quello del 43 perso del tutto. Si viveva di patate, castagne e latte di capra, ma veramente poco di tutto. Lei raccontava che la gente era così deperita che moriva di raffreddore.

La famiglia che arrivava dalla città era composta da una madre anziana e da due figlie giovani, una già vedova, e l’altra sposata e madre di due figli. Il marito era invalido, ma c’era. Quando questa ragazza si trovò di nuovo incinta, la famiglia decise che doveva abortire. L’operazione la lasciò debolissima e, nel giro di qualche mese, morì.

La nonna di Silvia diceva che, nei suoi ricordi, dal ‘42 al ‘45 era sempre inverno, c’era sempre buio e faceva sempre freddo. La prima estate che ricordava è quella del 46, quando anche lei si sposò. Si trasferì a Roma, ebbe tre bambini (maschi), lavorò dentro e fuori casa, e, finalmente in pensione, poté godersi le due nipotine femmine, Silvia e sua cugina.

Quando la cugina di Silvia, che era la maggiore, compì quindici anni, la nonna le invitò entrambe a casa, da sole:

– Bambine- disse: -Ho un regalo per voi, ma non è un regalo di compleanno.

Era un libretto postale, in cui aveva accumulato negli anni una somma non piccola: – è intestato a voi. Io continuerò a metterci dei risparmi, ma potete prendere i soldi quando volete, anche senza dirmi niente.

Aveva iniziato a risparmiare appena sposata, in caso suo marito fosse morto, in caso ci fosse stata un’altra guerra e fossero dovuti scappare, in caso fossero diventati di nuovo poverissimi, e magari avesse dovuto abortire (ma in ospedale, non in cucina!), o magari non avesse voluto abortire, e avesse voluto avere un figlio da povera e magari anche con un marito invalido, o se magari quel bambino fosse stato malato… Ma non era successo niente di tutto questo: c’era il lavoro, la mutua, la scuola pubblica, la pensione; qualche bomba sui treni di Natale, ma nessuna guerra; qualche sciopero, molti sacrifici, ma la fame mai più.

– Ma può sempre succedere. Cosa ne sappiamo noi? E se voi un giorno non sapete come fare, o dovete partire di punto in bianco, o volete un figlio, o non lo volete… Decidete voi! Con i soldi si è sempre più libere, e se vi chiedono conti rispondete: “Ho deciso io. Mi ha aiutato nonna.”

—-

(sì, è una storia vera)

Ouk ekponoumen dè

Per circa 2500 anni la fettina di mondo che chiamiamo Occidente ha continuato a ricopiare e tramandare delle cose pensando che ai propri figli e alunni sarebbe servito – o piaciuto – leggerle. E le generazioni, via via, sono entrate in possesso di un’antologia in cui hanno rivisto le scelte dei propri padri e nonni, ed hanno potuto operare le proprie, trasformando la raccolta dei testi conservati non più in una rappresentazione del mondo che li aveva prodotti, ma, di volta in volta, di ciò che l’epoca successiva ci voleva leggere.

Credo esistano poche sensazioni più lussuose della consapevolezza di essere l’ultimo anello di una catena lunghissima di persone, che, nei secoli, si sono riconosciute in una poesia arrivata fino a loro per la stessa serie di concatenazioni casuali di eventi che portano la bottiglia del naufrago a sbattere contro il materassino del ragazzino in spiaggia.

Una delle prime bottiglie trovate mentre da ragazzina mi dondolavo sul mio metaforico materassino aveva dentro una parte dell’Ippolito di Euripide e diceva così (traduzione mia fatta adesso, ripetendomi i versi, nella migliore tradizione della corruzione creativa dei testi):

“Conosciamo in teoria e in pratica quali sono le cose migliori, ma non ci assumiamo la fatica di farle: alcuni per pigrizia, altri perchè antepongono al bene il piacere. E sono tanti i piaceri della vita: le lunghe chiacchierate, l’ozio, gradevole vizio, ed il ritegno. E questo è di due tipi: il primo non è nocivo, il secondo è una rovina per la casa. Certo, se il ritegno conveniente fosse chiaro, non ci sarebbero due cose che si chiamano con lo stesso nome.”

Mi cantileno questi versi ogni tanto, ultimamente, per ricordarmi che sto sbagliando: che il senso di giustizia non serve a niente se non si riesce ad agire per compiere ciò che si ritiene giusto, e che la maniera più semplice e ovvia per allontanarsi dall’azione è cullarsi nel piacere della quotidianità rassicurante. C’è linea sottile fra il ritegno (buono) e il conformismo, fra il pudore a sgomitare (buono) e la mancanza di iniziativa e di fiducia nella propria capacità di iniziativa.

(Dubito che questa interpretazione gramsciana fosse nelle intenzioni di Euripide, ma francamente me ne infischio).

Euripide, Ippolito aidós

Una sottile metafora

Questa parte della costa è generalmente deserta, aperta ed esposta a tutti i colpi di vento. Le secche gonfiano le onde e la risacca è quasi sempre fortissima: basta che si alzi un po’ il Maestrale per trovarsi in mezzo a cavalloni che ti tirano giù il costume e ti fanno girare come in un cestello di lavatrice in meno di un metro d’acqua. La corrente che porta in fuori scorre parallela alla riva e, nei giorni di calma, chi guarda il mare dalle colline la distingue come un fiume luccicante, leggermente più chiaro, che serpeggia a volte vicinissimo alla spiaggia e si allontana verso il mare aperto. L’acqua del fiume luccicante sembra ferma, ma non lo è: la corrente è quasi sempre fortissima. Dalla spiaggia, invece, non si vede niente: solo l’immensa distesa azzurra e scintillante, lo sfrigolio dei raggi di luce sulle ondine, la linea più blu che marca il confine con il cielo in lontananza.

I più a rischio sono quelli che sanno nuotare veramente, raccolti dalla corrente poco al largo e gentilmente inglobati nel suo corso. “Ma guarda come nuoto bene oggi, ma guarda come mi viene facile” pensano, mentre credono di nuotare prudentemente in parallelo alla costa e ne vengono, invece, impercettibilmente ma inesorabilmente allontanati. Solo quando decidono di tornare a riva, si rendono conto di essere lontanissimi e di non riuscirci. Nuotano verso la terra e il massimo risultato che raggiungono è riuscire a stare fermi. Il mare è calmo, dalla spiaggia nessuno li guarda e probabilmente neanche li vede. “Niente panico” si dicono “sono solo stanco”. Ma più si sforzano, più hanno l’impressione di allontanarsi e più si stancano, più dallo stomaco sale il panico. Intorno è tutto bellissimo, esattamente come quando nuotavano sereni credendo di stare a dieci metri dalla costa, eppure improvvisamente l’acqua è fredda e il dondolio leggero delle ondine non è più una culla, ma il respiro di un mostro che si prepara ad inghiottire.

Guardano verso la spiaggia, guardano l’azzurro che si addensa sotto i propri piedi, riprovano. Difficile dare bracciate potenti mentre il respiro è tagliato dalla paura. D’altra parte, stare fermi a lasciarsi trascinare fa ancora più paura e si finisce per esaurirsi in uno sforzo, che non porta altro che crampi e ancora più paura.

Ogni tanto succede la cosa più ovvia: la stanchezza, il sole, la sete, il crampo, l’ansia, il malore e il mare ti porta via per sempre, mentre la tua famiglia gioca a racchettoni cinquecento metri più in là: “Abbiamo visto che era lontano, ma non ci siamo preoccupati: era un bravissimo nuotatore. Purtroppo, un malore imprevedibile”.

Uscire da quella corrente a nuoto è difficile non tanto per la forza del mare (non è certo un fiume in piena), ma perché, una volta che ci sei dentro, tu che nuoti in superficie non sai esattamente in che direzione devi andare: si allarga, si restringe, sprofonda, riemerge. A volte basterebbe lasciarsi trascinare per qualche decina di metri per essere lasciato improvvisamente libero, mentre il flusso dell’acqua che va al largo si inabissa e striscia vicino al fondale lasciando risalire l’acqua più calda e meno trasparente.

Generalmente basta solo che qualcuno si accorga che non ce la fai e ti indichi il percorso da seguire: i ragazzini che pescano sul promontorio e ti fanno grandi gesti con le braccia, il signore con il windsurf che lascia cadere la vela e ti accompagna, l’amico che, non vedendoti, sale sul terrapieno del parcheggio per individuarti come un puntino in lontananza e poi si tuffa per raggiungerti e nuotare con te fino alla riva. Accompagnano la tua fatica lentamente, una bracciata dopo l’altra: non hanno una barca su cui caricarti, non possono sostituirsi a te.

Tocchi il fondale con la punta dell’alluce, ancora due bracciate e poi esci dall’acqua camminando. Ti fa male tutto. Il sole è accecante, i bambini dondolano sui materassini e scavano pozzi nel bagnasciuga. Lo sguardo dell’amico che è venuto a cercarti, del signore con in windsurf o dei giovani pescatori del promontorio ti segue ancora, proteggendoti come un’armatura, finché non ti siedi sulla sabbia.

Fai un gesto con la mano per ringraziare, loro ricambiano, l’amico sorride.

Il sole è altissimo nel cielo, tutto è incredibilmente bello. Sai che è bastato il loro sguardo per farti fare uno sforzo che non credevi più possibile. Itta chi no t’íanta bíu.

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Barcellona, città anseatica

In quest’estate grigia e fredda, che ha finto di essere estate solo per produrre una doverosa cornice mediterranea intorno al SONAR, Barcellona si mostra per ciò che realmente è, in pectore, da poco meno di mille anni: una città della lega anseatica, casualmente localizzata sulla sponda nordoccidentale del Mare Nostrum e spacciata per città dell’europa meridionale da un’accurata e fuorviante campagna di marketing turistico.

Non si tratta di latitudine: Genova, Nizza e Marsiglia sono città mediterranee. Barcellona è una città anseatica.

Come gli abitanti dei porti della Lega medievale, anche i cittadini di Barcellona sono calvinisti senza sapere ancora di esserlo. Sono infatti dotati di quella disposizione d’animo che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce l’uomo dabbene a reinvestire i frutti della propria attività in nuove iniziative economiche, considerando l’ampliamento del proprio giro d’affari e il profitto –non il lusso e giammai l’ozio- come il vero segno del successo, della legittimazione sociale e della grazia divina. Il lavoro, la feina, è un valore e un fine di per sé, non può essere ridotto a un mezzo per procurarsi agi. È la garanzia di una condotta ordinata e operosa, è l’investimento della creatività e della forza dell’individuo, è il contributo che ogni cittadino-formichina dà alla città.

Ai barcellonesi manca il gusto per l’ozio e per la fantasticheria indolente. Anche il tempo libero è concepito in maniera costruttiva, con un tasso di associazionismo ed escursionismo da workaholic. Sul dizionario dell’Institut d’Estudis Catalans (il dizionario normativo della lingua catalana), alla voce lleure (tempo libero), la frase esemplificativa è: “No saber algú aprofitar els seus lleures”: “una persona che non sa trarre profitto dal proprio tempo libero”. Perdigiorno, vil razza dannata.

L’organizzazione della città è il riflesso coerente di questo atteggiamento verso la vita. Non piazze oziose graziosamente dominate dai palazzi del potere, in cui si sta seduti anche da soli a guardare la vita che scorre, ma lunghi viali da percorrere, lungo i quali spostarsi, incontrarsi, vendere e comprare, mentre la mole dei palazzi è nascosta dalle fronde degli alberi. Certo che si può stare oziosi nella terracita de verano, ma nella terracita si paga la birra e la permanenza, e comunque alle undici il proprietario plega, leva i tavolini, scaccia gli avventori e via verso la metropolitana, che comunque chiude a mezzanotte quando l’indomani hi hagi feina.

Anche il mare non è il mediterraneo. Non ha odore di mare, non ha la luce del mare. Non è lo scintillio sensuale dei quadri di Sorolla, la bellezza assoluta della luce e della forza delle onde, sempre protagonista anche quando il quadro finge di riprodurre il lavoro dei pescatori e il veraneo della borghesia. Il mare di Barcellona non è mai protagonista:  è talvolta una elegante quinta architettonica che chiude (non apre) la città verso Est, talvolta, candidamente, una onesta e solida fonte di profit: la produttività del porto commerciale ben nascosto dietro il Montjuich, della finta spiaggia-parco giochi costruita appositamente per ospitare l’idea di estate mediterranea dei turisti nord-europei, dei grattacieli sbriluccicanti (quelli sì) del world trade center, visibili quasi solo dalle barche da diporto del port olimpic. Il mare non entra quasi nella vita quotidiana dei cittadini, non irrompe nell’orizzonte dei passanti. O è feina, o è lleure, ma certo non è immaginario.

Delle città anseatiche Barcellona ha anche l’orgogliosa indipendenza cittadina e l’aspirazione a utilizzare il proprio potere economico per condizionare le decisioni dell’”impero”. Impulso abbastanza wannabe, in effetti, perchè l’impero ha verso i catalani una ben radicata diffidenza e se può limita, non certo incoraggia, le ambizioni della città.

Ma anche questa limitazione è vissuta -se mi permettete- anseaticamente.  Barcellona condivide con le sue consorelle nordiche una sorta di fiduciosa passione per il progetto bizzarro e magniloquente, portato a termine nè per Dio nè per la Regina nè per la Bellezza (anzi), ma semplicemente perchè ci  sono i soldi per farlo, l’energia abbonda  e nessuno ha saputo rispondere convincentemente alla vera fondamentale domanda: “perchè no?”

Facciamo diventare sport nazionale la costruzione di castelli umani con bambinetti dell’asilo in cima? Eh! Perchè no?!

Costruiamo una torre gigantesca a forma di caz… di suppos… di razzomissile? Che ideona…Perchè no?!

Facciamo normalizzare la grammatica e l’ortografia della nostra lingua a un ingegnere? Wow, chissà perchè non ci ha mai pensato nessuno prima! Perchè no?!

Mi esasperano, ma non so cosa darei per avere lo stesso candore.