Gli uomini di una volta

O tu, ragazzina con i capelli azzurri che leggi “Histoire d’O”, impassibile, sull’autobus H14 alle tre del pomeriggio – ma proprio impassibile, senza battere ciglio: tu leggi assorta e non ti accorgi che il signore con le scarpe antinfortunistiche seduto a fianco a te sta leggendo il tuo libro a scrocco con la coda dell’occhio e che a un certo punto sgrana gli occhi, li abbassa e, visibilmente, arrossisce.

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La la meh

(Disclaimer: non sono un’esperta di cinema, quelle che seguono sono tutte chiacchiere e de gustibus).

Più per una serie di circostanze fortuite che per ragioni anagrafiche, sono cresciuta con i musical e i film musicali, italiani, inglesi e americani degli anni sessanta-ottanta. Dagli anni novanta in poi il genere è più o meno ovunque caduto in disgrazia, relegato, sia al cinema che in teatro, alle megaproduzioni Disney tanto curate esteticamente quanto convenzionali nella rappresentazione della storia e nei valori comunicati.

Il teatro musicale, proprio perchè richiede un più alto livello di “sospensione dell’incredulità” da parte del pubblico (tranquillo, spettatore: ovviamente è finzione, ovviamente stiamo recitando, ovviamente vogliamo sorprenderti ed emozionarti), può permettersi di essere più critico, violento, surreale, anarchico rispetto a un’opera “in prosa”. Che io ricordi, nella mia vita di spettatrice adulta gli unici film che ricorrono deliberatamente alla forma musicale come espediente per andare sopra le righe sono Magnolia (1999) e Dancer in the Dark (2000). Per quanto detesti il manierismo e le trame da telenovela brasiliana di Lars Von Trier, Dancer in the Dark è proprio un esempio della potenza di questo genere. Se fossi stata la padrona del mondo, avrei costretto Sodebergh a fare un musical di un film come Traffic (2000), con il sing-along in tutte le sale.

Non so se a causa della pax americana post 2001, ma il filone inaugurato alla fine degli anni novanta è stato soffocato da innumerevoli commedie sulla famiglia e sull’ammmore e da tonnellate di principesse disney molto canterine.

Invece, a sopresa, negli ultimi mesi ho visto ben tre nuovi film musicali, due europei e uno statunitense, tutti pluripremiati. Times are a-changing?

Il primo è Cerca de tu casa, un musical sulla terribile crisi spagnola del 2010-2014, progetto di una cantante catalana giovanissima e di un gruppo ristretto di cineasti, finanziato in parte con un crowdfunding e premiato in tutti i principali festival nazionali. Ho partecipato al crowdfunding e sono andata a vederlo con emozione a una delle “prime” barcellonesi. Il copione ha innegabilmente dei difetti, ma è evidente il fatto che il musical fosse l’unica forma possibile per rendere la storia che si voleva raccontare: la voce individuale che si fa coro, la massa indistinta di persone alla fermata della metro che sono invece individui che danzano ciascuno la propria danza, la contrapposizione fra l’invisibilizzazione dell’individuo da parte di entità astratte (la banca, il sistema, la crisi) e la rivendicazione dell’importanza e della dignità delle storie personali e della necessità di lottare per difenderle.

Il secondo film è un cortometraggio, Time Code, palma d’oro a Cannes e oscar a Los Angeles. Anche questo è catalano, prodotto da una scuola di cinema di Reus. L’ho visto per caso mesi fa, perchè è stato selezionato per un festival di cortometraggi. Dura quindici minuti, la storia è scarna e imprevedibile, lo spunto di riflessione è così ironico e leggero che passa quasi inavvertito. Poi, giorni dopo, cammini per strada, compili un modulo, fai la spesa e ti ritrovi a pensare che sì, effettivamente l’arte (senza retorica e maiuscole) è ciò che sei, ciò che pratichi, ciò che ti permette di riconoscere gli altri e di comunicare con loro anche nel grigiore del quotidiano.

E poi c’è Lalaland. Un film disney in cui la parte principale della caratterizzazione del personaggio femminile è affidata non alle battute, ma ai vestiti.

Proprio sulle innumerevoli scarpe di Emma Stone si è concentrata per quasi tutto il film la mia attenzione: tutte stilosissime, specialmente i sandali da ballo blu con in tacco alto ma ben stabile e il plantare morbido, comode ed eleganti. Spero tornino prepotentemente di moda, così me ne compro quindici paia e sono pronta a resistere alla prossima ondata di zeppe, tacchi a spillissimo e stivaloni. Appena uscita dal cinema ho cercato sul database di IMDb chi fosse la responsabile dei costumi, ed è Mary Zophres, la signora che ha fatto quasi tutti i film dei fratelli Coen. Mi affido alle sue doti di influencer nell’eterna lotta contro le scarpe di merda.

Per il resto il film è molto ben pettinato e curato, ma nel complesso: meh! Nonostante la bella intro (citazione esplicita di Fame) e la prima scena con Mia e le coinquiline (da Grease), il film non ha niente di corale: è solo la storia dei due protagonisti che cercano il successo. Per il personaggio di lui gli autori hanno fatto un certo sforzo di caratterizzazione, mentre lei è una sagoma di cartone ritagliata. La musica non è niente di eccezionale. Le coreografie sono praticamente inesistenti. Il messaggio: non pervenuto. Almeno lui ha un progetto e riesce a realizzarlo per prove ed errori, lei è proprio un monolite. Appena fa un passo falso, si dispera e molla tutto, ma: sorpresa! non era in realtà un errore da cui avresti potuto imparare qualcosa e magari studiare, che in genere per migliorare si studia e ci si allena. Non serve: lo show system ha finalmente capito che sei una star! Persino Purple Rain aveva una trama più articolata.

Eh niente: ti scoprono, diventi famosah, sei arrivatah ed ecco che immediatamente ti fai una famigliah con il primo riccone che passava di là, perchè sei comunque una principessa Disney. Al pubblico viene voglia di dare una pacca sulla spalla a Ryan Gosling, per congratularsi del pericolo scampato, e il film finisce.

Perchè utilizzare il genere musicale per raccontare una storia così? O meglio, perchè raccontare solo una storia cosí, se si era scelto di utilizzare come genere il film musicale e si aveva un budget tendente a infinito? Perchè non si è investito niente sulla musica? O magari sulla sceneggiatura? Davvero bastavano i vestiti? (spoiler: pare di sí)

(Questo post è dedicato a Franci, che è andata a vedere La la land su mio consiglio, e, nonostante ciò, non mi ha ucciso).

La finestra di fronte

La palazzina di fronte a casa mia è stata costruita ai primi del Novecento. Appartiene a una compagnia di assicurazioni, che, alla fine degli anni Settanta, l’aveva acquistata dal proprietario unico, l’erede del costruttore, che affittava gli appartamenti agli inquilini con i vecchi contratti per la prima casa (la famosa “renta antigua”), legati solo all’inflazione e non al valore commerciale degli immobili e quindi  – in città – molto, molto economici.

All’inizio degli anni Novanta, quando il quartiere ha cominciato a essere interessato dal turismo e dalla speculazione immobiliaria, l’assicurazione ha proposto agli inquilini di lasciare gli appartamenti a cambio di un indennizzo. Pochi hanno accettato, hanno utilizzato l’indennizzo come base per chiedere un mutuo e si sono comprati una casa di proprietà in periferia.

La maggior parte degli inquilini, invece, si è tenuta stretta la renta antigua e la vita di quartiere. L’assicurazione ha allora smesso di fare la manutenzione ordinaria nell’edificio, che, vecchio com’è, ha cominciato a dare segni di cendimento. Niente ascensore (sono sei piani), infiltrazioni di umido dal tetto e dalle pareti, vecchie tubature in eternit intasate a giorni alterni, mattonelle che saltano e nessuna autorizzazione per rifare i bagni, o i pavimenti, o le cucine. Quasi tutti i proprietari hanno continuato a tenersi stretta la renta antigua, ma hanno subafittato (a prezzi di mercato, obviously) gli appartamenti a studenti o immigrati (“ah! il quartiere non è più quello di una volta, con tutti questi forestieri!”) e con il ricavato si sono imbarcati in un altro contratto di affitto o in un mutuo per la casa in periferia.

Resistevano solo alcuni inquilini i cui appartamenti erano dallo stesso lato della scala, che si erano quotati per pagare la manutenzione del proprio lato di palazzo: gli anziani del primo piano, che avevano comprato il loro appartamento nel 1954, unici in tutto lo stabile, e non volevano lasciarlo; la famiglia del terzo piano (lui, muratore, faceva gran parte della manutenzione); i giovani sposi del quarto piano, che avevano ereditato il diritto alla renta antigua dalla madre di lei e non avevano abbastanza denaro per accendere un mutuo; l’anziana, elegantissima, signora vedova del quinto, che doveva il suo portamento all’abitudine di fare più volte al giorno tutte quelle scale a piedi. Intanto la bella palazzina modernista cadeva a pezzi, gli appartamenti inagibili avevano le porte e le  finestre murate, il cornicione era imbragato dalle reti verdi per impedire che cadesse sulla testa dei passanti.

Arriva la crisi terribile del 2010. La compagnia di assicurazioni coglie l’attimo, contatta i titolari degli appartamenti – prevedibilmente incasinati con il proprio mutuo – , reitera l’offerta di indennizzo se rinunceranno alla renta antigua di un appartamento ormai inaffittabile ed entra finalmente in possesso di quasi tutto l’edificio, escluse le case degli inquilini che si erano fatti la manutenzione da soli.

Finalmente parte il restauro di tutto lo stabile, con un bel contributo da parte del Comune. Il settanta per cento dell’edificio viene trasformato in appartamenti turistici, tutti uguali. Li vedo dalla mia finestra: infissi in alluminio bianco, tenda bianca, finto parquet in laminato color abete, mobile a muro laccato beige, due sedie nere, cucina sobria laccata bianca. Al portone d’ingresso e all’ascensore si accede con una tessera magnetica. Ovviamente niente ascensore per i vecchi inquilini. Il soggiorno costa un centinaio di euro al giorno per persona, scopro sul sito web, e non mi meraviglia che la maggior parte degli appartamentini sia sempre vuota.

I primi ad andarsene sono gli ex giovani sposi del quarto piano. Non hanno avuto figli, ma hanno un meraviglioso collie gigante, che vive nel balconcino e mi saluta ogni volta che mi affaccio per stendere. Spariscono da un giorno all’altro. Arrivano gli operai: via le piante dal balconcino, via gli infissi in legno, coprono les rajoles del pavimento con il finto parquet, tende bianche d’ordinanza, et voilà.

Sparisce poi la famiglia del secondo piano, d’estate. Torno dalle vacanze, e l’appartamento è già tutto nuovo, asettico, irriconoscibile. Resistono i vecchietti del primo piano.

La tapparella della signora del quinto piano è abbassata dall’inizio di Febbraio. Era una di quelle signore anziane bellissime, dritte, eleganti, con la crocchia di capelli bianchi; mi incantava il fatto che fosse sempre vestita di tutto punto e indossasse sopra i vestiti dei bei grembiuli di colori chiari. Non usciva quasi più di casa, le rampe di scale erano una fatica insormontabile. Ogni tanto si sedeva sul balconcino a prendere il sole, ma si ritirava subito, se notava altri vicini alla finestra.

Sarà morta? Sarà a casa di qualche parente? In una residenza per anziani?

Mi dispiace che non abbia aspettato la primavera: ho il balcone pieno di fresie, sicuramente il profumo sarebbe arrivato anche da lei. È nato un bambino due palazzi più giù, di fronte alla birreria: si sente piangere, sembra un gattino arrabbiato. Dei napoletani hanno aperto una pizzeria buonissima proprio sotto casa, fanno le pizze a pranzo, sicuramente la ragazza che le faceva la spesa ne avrebbe comprato una per fargliela assaggiare. Hanno ripreso a cantare i merli. Aspettiamo le rondini. Aspettiamo la nuova ondata di turisti. Non devo più vergognarmi del suo sguardo sulle tute da ginnastica che indosso quando lavoro da casa.

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Struggle for representation

Capita di dover andare a sbrigare delle commissioni in centro, a mezza mattina, durante il Mobile World Congress. Travolta da gruppi di manager coreane brutte, ma truccatissime ed eleganti e di nord-europee con scarpe e vestiti di ottima fattura, un rapido sguardo al mio riflesso in una vetrina conferma che i miei vestiti sono dozzinali, le mie scarpe comode-di-marca-italiana più sobrie che belle, il mio taglio di capelli ordinato, ma per niente chic.

“Ha ragione mia mamma!” sospiro: “Sono ormai completamente barcellonizzata: non ho neanche più l’aspirazione ad un punto di eleganza!”

Dal Passeig de Gràcia spuntano due macchine della Guardia Urbana e un blindatino dei Mossos. Bloccano il traffico in plaza Catalunya e pattugliano l’isolato del Corte Inglés mentre passa una minuscola manifestazione di signore vestite con il camice da operaie, unite dietro a uno striscione che reclama diritto al lavoro: un’impresa italiana che produce accessori per auto, dopo aver licenziato in Italia e delocalizzato in Spagna nei primi anni 90, si prepara a licenziare in Spagna e delocalizzare in Romania nel 2015. Le signore sono una cinquantina, sicuramente meno dei poliziotti. Non fanno casino, distribuiscono gentilmente ai passanti dei volantini fotocopiati in cui illustrano in breve le loro rivendicazioni.

Le curatissime manager del Mobile World Congress, ferme al semaforo di Portal del Angel e cariche di buste di vestitini di marche Inditex prodotti in Bangladesh, sguainano i telefonini e cominciano a riprendere la scena molto pittoresca delle operaie che manifestano novecentescamente nel centro di una città così hip, safe, smart e tourist friendly.

Rimango per un lungo minuto incantata a osservare le operaie cinquantenni nello schermo del telefonino della coreana che mi sta più vicina, poi scatta il verde, i poliziotti ci permettono di attraversare, e un rancore che non mi spiego mi spinge a rinunciare alla passeggiata per i negozi del centro e a tornare subito a casa tagliando per il Raval. È noto che nel Raval i manager del Mobile World Congress entrano solo in taxi, dietro esplicita raccomandazione dei maîtres degli alberghi dove alloggiano.

Non so neanche su cosa sto rimuginando, quando, infilando il carrer Aurora, mi ritrovo davanti un altro gruppo di turisti giovani in zaino e sandaletti.

“Qui?” Mi meraviglio.

Sono studenti americani, assiepati intorno ai murales azzurri realizzati per ricordare ai passanti il brutale intervento della polizia che, due anni fa, ha portato alla morte di un barcellonese. Il professore è un omone di colore in ciabatte: racconta asciuttamente la vicenda, spiega come l’insabbiamento delle responsabilità dei poliziotti sia stato scongiurato dalle testimonianze di vicini di tutte le nazionalità, parla della cessione del centro di Barcellona al turismo di massa, della gentrification dei quartieri popolari, del ruolo della polizia nella repressione dei movimenti di piazza nati in seguito alla crisi, del lavoro delle associazioni di quartiere per garantire agli abitanti il diritto alla fruizione dello spazio pubblico.

Mi fermo ad ascoltare. L’omone storicizza, articola, contestualizza. Ed è pure ammerigano, io me li immagino sempre tutti postmodernisti intenti a comprare il colosseo. Per i suoi studenti la città smette di essere la quinta colorata della marca Barcelona che l’Ajuntament propone in affitto per il turismo di fiere, crociere e despedidas de soltero e riprende la forma della città: “we are talking about a European, Mediterranean city. In Europe the city has been for centuries the key of public identity: wherever you come from, you belong to the city and you need your individuality and your community to be represented in it, by it” (ovviamente cito a memoria, immaginate una voce bassissima, da coach o da trombettista): “There’s this struggle for individual and group representation in public spaces. But the tourism industry needs to construct and sell a reassuring image of the city, out of politics, of real economy, of cultural and ethnic change.”

Mi stacco dal gruppo e cammino verso il Parallel con il cuore più leggero e il solito passo di marcia. I due piccoli aneddoti della mattina, affiancati, assumono la dimensione di un apologo e macino il marciapiede guardandomi le scarpe e riflettendo.

Le mie scarpe-comode-di-marca-italiana, compromesso identitario di cui non mi ero finora resa conto, mi sorridono di rimando.

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Ouk ekponoumen dè

Per circa 2500 anni la fettina di mondo che chiamiamo Occidente ha continuato a ricopiare e tramandare delle cose pensando che ai propri figli e alunni sarebbe servito – o piaciuto – leggerle. E le generazioni, via via, sono entrate in possesso di un’antologia in cui hanno rivisto le scelte dei propri padri e nonni, ed hanno potuto operare le proprie, trasformando la raccolta dei testi conservati non più in una rappresentazione del mondo che li aveva prodotti, ma, di volta in volta, di ciò che l’epoca successiva ci voleva leggere.

Credo esistano poche sensazioni più lussuose della consapevolezza di essere l’ultimo anello di una catena lunghissima di persone, che, nei secoli, si sono riconosciute in una poesia arrivata fino a loro per la stessa serie di concatenazioni casuali di eventi che portano la bottiglia del naufrago a sbattere contro il materassino del ragazzino in spiaggia.

Una delle prime bottiglie trovate mentre da ragazzina mi dondolavo sul mio metaforico materassino aveva dentro una parte dell’Ippolito di Euripide e diceva così (traduzione mia fatta adesso, ripetendomi i versi, nella migliore tradizione della corruzione creativa dei testi):

“Conosciamo in teoria e in pratica quali sono le cose migliori, ma non ci assumiamo la fatica di farle: alcuni per pigrizia, altri perchè antepongono al bene il piacere. E sono tanti i piaceri della vita: le lunghe chiacchierate, l’ozio, gradevole vizio, ed il ritegno. E questo è di due tipi: il primo non è nocivo, il secondo è una rovina per la casa. Certo, se il ritegno conveniente fosse chiaro, non ci sarebbero due cose che si chiamano con lo stesso nome.”

Mi cantileno questi versi ogni tanto, ultimamente, per ricordarmi che sto sbagliando: che il senso di giustizia non serve a niente se non si riesce ad agire per compiere ciò che si ritiene giusto, e che la maniera più semplice e ovvia per allontanarsi dall’azione è cullarsi nel piacere della quotidianità rassicurante. C’è linea sottile fra il ritegno (buono) e il conformismo, fra il pudore a sgomitare (buono) e la mancanza di iniziativa e di fiducia nella propria capacità di iniziativa.

(Dubito che questa interpretazione gramsciana fosse nelle intenzioni di Euripide, ma francamente me ne infischio).

Euripide, Ippolito aidós

Barcellona, città anseatica

In quest’estate grigia e fredda, che ha finto di essere estate solo per produrre una doverosa cornice mediterranea intorno al SONAR, Barcellona si mostra per ciò che realmente è, in pectore, da poco meno di mille anni: una città della lega anseatica, casualmente localizzata sulla sponda nordoccidentale del Mare Nostrum e spacciata per città dell’europa meridionale da un’accurata e fuorviante campagna di marketing turistico.

Non si tratta di latitudine: Genova, Nizza e Marsiglia sono città mediterranee. Barcellona è una città anseatica.

Come gli abitanti dei porti della Lega medievale, anche i cittadini di Barcellona sono calvinisti senza sapere ancora di esserlo. Sono infatti dotati di quella disposizione d’animo che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce l’uomo dabbene a reinvestire i frutti della propria attività in nuove iniziative economiche, considerando l’ampliamento del proprio giro d’affari e il profitto –non il lusso e giammai l’ozio- come il vero segno del successo, della legittimazione sociale e della grazia divina. Il lavoro, la feina, è un valore e un fine di per sé, non può essere ridotto a un mezzo per procurarsi agi. È la garanzia di una condotta ordinata e operosa, è l’investimento della creatività e della forza dell’individuo, è il contributo che ogni cittadino-formichina dà alla città.

Ai barcellonesi manca il gusto per l’ozio e per la fantasticheria indolente. Anche il tempo libero è concepito in maniera costruttiva, con un tasso di associazionismo ed escursionismo da workaholic. Sul dizionario dell’Institut d’Estudis Catalans (il dizionario normativo della lingua catalana), alla voce lleure (tempo libero), la frase esemplificativa è: “No saber algú aprofitar els seus lleures”: “una persona che non sa trarre profitto dal proprio tempo libero”. Perdigiorno, vil razza dannata.

L’organizzazione della città è il riflesso coerente di questo atteggiamento verso la vita. Non piazze oziose graziosamente dominate dai palazzi del potere, in cui si sta seduti anche da soli a guardare la vita che scorre, ma lunghi viali da percorrere, lungo i quali spostarsi, incontrarsi, vendere e comprare, mentre la mole dei palazzi è nascosta dalle fronde degli alberi. Certo che si può stare oziosi nella terracita de verano, ma nella terracita si paga la birra e la permanenza, e comunque alle undici il proprietario plega, leva i tavolini, scaccia gli avventori e via verso la metropolitana, che comunque chiude a mezzanotte quando l’indomani hi hagi feina.

Anche il mare non è il mediterraneo. Non ha odore di mare, non ha la luce del mare. Non è lo scintillio sensuale dei quadri di Sorolla, la bellezza assoluta della luce e della forza delle onde, sempre protagonista anche quando il quadro finge di riprodurre il lavoro dei pescatori e il veraneo della borghesia. Il mare di Barcellona non è mai protagonista:  è talvolta una elegante quinta architettonica che chiude (non apre) la città verso Est, talvolta, candidamente, una onesta e solida fonte di profit: la produttività del porto commerciale ben nascosto dietro il Montjuich, della finta spiaggia-parco giochi costruita appositamente per ospitare l’idea di estate mediterranea dei turisti nord-europei, dei grattacieli sbriluccicanti (quelli sì) del world trade center, visibili quasi solo dalle barche da diporto del port olimpic. Il mare non entra quasi nella vita quotidiana dei cittadini, non irrompe nell’orizzonte dei passanti. O è feina, o è lleure, ma certo non è immaginario.

Delle città anseatiche Barcellona ha anche l’orgogliosa indipendenza cittadina e l’aspirazione a utilizzare il proprio potere economico per condizionare le decisioni dell’”impero”. Impulso abbastanza wannabe, in effetti, perchè l’impero ha verso i catalani una ben radicata diffidenza e se può limita, non certo incoraggia, le ambizioni della città.

Ma anche questa limitazione è vissuta -se mi permettete- anseaticamente.  Barcellona condivide con le sue consorelle nordiche una sorta di fiduciosa passione per il progetto bizzarro e magniloquente, portato a termine nè per Dio nè per la Regina nè per la Bellezza (anzi), ma semplicemente perchè ci  sono i soldi per farlo, l’energia abbonda  e nessuno ha saputo rispondere convincentemente alla vera fondamentale domanda: “perchè no?”

Facciamo diventare sport nazionale la costruzione di castelli umani con bambinetti dell’asilo in cima? Eh! Perchè no?!

Costruiamo una torre gigantesca a forma di caz… di suppos… di razzomissile? Che ideona…Perchè no?!

Facciamo normalizzare la grammatica e l’ortografia della nostra lingua a un ingegnere? Wow, chissà perchè non ci ha mai pensato nessuno prima! Perchè no?!

Mi esasperano, ma non so cosa darei per avere lo stesso candore.