Struggle for representation

Capita di dover andare a sbrigare delle commissioni in centro, a mezza mattina, durante il Mobile World Congress. Travolta da gruppi di manager coreane brutte, ma truccatissime ed eleganti e di nord-europee con scarpe e vestiti di ottima fattura, un rapido sguardo al mio riflesso in una vetrina conferma che i miei vestiti sono dozzinali, le mie scarpe comode-di-marca-italiana più sobrie che belle, il mio taglio di capelli ordinato, ma per niente chic.

“Ha ragione mia mamma!” sospiro: “Sono ormai completamente barcellonizzata: non ho neanche più l’aspirazione ad un punto di eleganza!”

Dal Passeig de Gràcia spuntano due macchine della Guardia Urbana e un blindatino dei Mossos. Bloccano il traffico in plaza Catalunya e pattugliano l’isolato del Corte Inglés mentre passa una minuscola manifestazione di signore vestite con il camice da operaie, unite dietro a uno striscione che reclama diritto al lavoro: un’impresa italiana che produce accessori per auto, dopo aver licenziato in Italia e delocalizzato in Spagna nei primi anni 90, si prepara a licenziare in Spagna e delocalizzare in Romania nel 2015. Le signore sono una cinquantina, sicuramente meno dei poliziotti. Non fanno casino, distribuiscono gentilmente ai passanti dei volantini fotocopiati in cui illustrano in breve le loro rivendicazioni.

Le curatissime manager del Mobile World Congress, ferme al semaforo di Portal del Angel e cariche di buste di vestitini di marche Inditex prodotti in Bangladesh, sguainano i telefonini e cominciano a riprendere la scena molto pittoresca delle operaie che manifestano novecentescamente nel centro di una città così hip, safe, smart e tourist friendly.

Rimango per un lungo minuto incantata a osservare le operaie cinquantenni nello schermo del telefonino della coreana che mi sta più vicina, poi scatta il verde, i poliziotti ci permettono di attraversare, e un rancore che non mi spiego mi spinge a rinunciare alla passeggiata per i negozi del centro e a tornare subito a casa tagliando per il Raval. È noto che nel Raval i manager del Mobile World Congress entrano solo in taxi, dietro esplicita raccomandazione dei maîtres degli alberghi dove alloggiano.

Non so neanche su cosa sto rimuginando, quando, infilando il carrer Aurora, mi ritrovo davanti un altro gruppo di turisti giovani in zaino e sandaletti.

“Qui?” Mi meraviglio.

Sono studenti americani, assiepati intorno ai murales azzurri realizzati per ricordare ai passanti il brutale intervento della polizia che, due anni fa, ha portato alla morte di un barcellonese. Il professore è un omone di colore in ciabatte: racconta asciuttamente la vicenda, spiega come l’insabbiamento delle responsabilità dei poliziotti sia stato scongiurato dalle testimonianze di vicini di tutte le nazionalità, parla della cessione del centro di Barcellona al turismo di massa, della gentrification dei quartieri popolari, del ruolo della polizia nella repressione dei movimenti di piazza nati in seguito alla crisi, del lavoro delle associazioni di quartiere per garantire agli abitanti il diritto alla fruizione dello spazio pubblico.

Mi fermo ad ascoltare. L’omone storicizza, articola, contestualizza. Ed è pure ammerigano, io me li immagino sempre tutti postmodernisti intenti a comprare il colosseo. Per i suoi studenti la città smette di essere la quinta colorata della marca Barcelona che l’Ajuntament propone in affitto per il turismo di fiere, crociere e despedidas de soltero e riprende la forma della città: “we are talking about a European, Mediterranean city. In Europe the city has been for centuries the key of public identity: wherever you come from, you belong to the city and you need your individuality and your community to be represented in it, by it” (ovviamente cito a memoria, immaginate una voce bassissima, da coach o da trombettista): “There’s this struggle for individual and group representation in public spaces. But the tourism industry needs to construct and sell a reassuring image of the city, out of politics, of real economy, of cultural and ethnic change.”

Mi stacco dal gruppo e cammino verso il Parallel con il cuore più leggero e il solito passo di marcia. I due piccoli aneddoti della mattina, affiancati, assumono la dimensione di un apologo e macino il marciapiede guardandomi le scarpe e riflettendo.

Le mie scarpe-comode-di-marca-italiana, compromesso identitario di cui non mi ero finora resa conto, mi sorridono di rimando.

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