Ouk ekponoumen dè

Per circa 2500 anni la fettina di mondo che chiamiamo Occidente ha continuato a ricopiare e tramandare delle cose pensando che ai propri figli e alunni sarebbe servito – o piaciuto – leggerle. E le generazioni, via via, sono entrate in possesso di un’antologia in cui hanno rivisto le scelte dei propri padri e nonni, ed hanno potuto operare le proprie, trasformando la raccolta dei testi conservati non più in una rappresentazione del mondo che li aveva prodotti, ma, di volta in volta, di ciò che l’epoca successiva ci voleva leggere.

Credo esistano poche sensazioni più lussuose della consapevolezza di essere l’ultimo anello di una catena lunghissima di persone, che, nei secoli, si sono riconosciute in una poesia arrivata fino a loro per la stessa serie di concatenazioni casuali di eventi che portano la bottiglia del naufrago a sbattere contro il materassino del ragazzino in spiaggia.

Una delle prime bottiglie trovate mentre da ragazzina mi dondolavo sul mio metaforico materassino aveva dentro una parte dell’Ippolito di Euripide e diceva così (traduzione mia fatta adesso, ripetendomi i versi, nella migliore tradizione della corruzione creativa dei testi):

“Conosciamo in teoria e in pratica quali sono le cose migliori, ma non ci assumiamo la fatica di farle: alcuni per pigrizia, altri perchè antepongono al bene il piacere. E sono tanti i piaceri della vita: le lunghe chiacchierate, l’ozio, gradevole vizio, ed il ritegno. E questo è di due tipi: il primo non è nocivo, il secondo è una rovina per la casa. Certo, se il ritegno conveniente fosse chiaro, non ci sarebbero due cose che si chiamano con lo stesso nome.”

Mi cantileno questi versi ogni tanto, ultimamente, per ricordarmi che sto sbagliando: che il senso di giustizia non serve a niente se non si riesce ad agire per compiere ciò che si ritiene giusto, e che la maniera più semplice e ovvia per allontanarsi dall’azione è cullarsi nel piacere della quotidianità rassicurante. C’è linea sottile fra il ritegno (buono) e il conformismo, fra il pudore a sgomitare (buono) e la mancanza di iniziativa e di fiducia nella propria capacità di iniziativa.

(Dubito che questa interpretazione gramsciana fosse nelle intenzioni di Euripide, ma francamente me ne infischio).

Euripide, Ippolito aidós

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