Barcellona, città anseatica

In quest’estate grigia e fredda, che ha finto di essere estate solo per produrre una doverosa cornice mediterranea intorno al SONAR, Barcellona si mostra per ciò che realmente è, in pectore, da poco meno di mille anni: una città della lega anseatica, casualmente localizzata sulla sponda nordoccidentale del Mare Nostrum e spacciata per città dell’europa meridionale da un’accurata e fuorviante campagna di marketing turistico.

Non si tratta di latitudine: Genova, Nizza e Marsiglia sono città mediterranee. Barcellona è una città anseatica.

Come gli abitanti dei porti della Lega medievale, anche i cittadini di Barcellona sono calvinisti senza sapere ancora di esserlo. Sono infatti dotati di quella disposizione d’animo che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce l’uomo dabbene a reinvestire i frutti della propria attività in nuove iniziative economiche, considerando l’ampliamento del proprio giro d’affari e il profitto –non il lusso e giammai l’ozio- come il vero segno del successo, della legittimazione sociale e della grazia divina. Il lavoro, la feina, è un valore e un fine di per sé, non può essere ridotto a un mezzo per procurarsi agi. È la garanzia di una condotta ordinata e operosa, è l’investimento della creatività e della forza dell’individuo, è il contributo che ogni cittadino-formichina dà alla città.

Ai barcellonesi manca il gusto per l’ozio e per la fantasticheria indolente. Anche il tempo libero è concepito in maniera costruttiva, con un tasso di associazionismo ed escursionismo da workaholic. Sul dizionario dell’Institut d’Estudis Catalans (il dizionario normativo della lingua catalana), alla voce lleure (tempo libero), la frase esemplificativa è: “No saber algú aprofitar els seus lleures”: “una persona che non sa trarre profitto dal proprio tempo libero”. Perdigiorno, vil razza dannata.

L’organizzazione della città è il riflesso coerente di questo atteggiamento verso la vita. Non piazze oziose graziosamente dominate dai palazzi del potere, in cui si sta seduti anche da soli a guardare la vita che scorre, ma lunghi viali da percorrere, lungo i quali spostarsi, incontrarsi, vendere e comprare, mentre la mole dei palazzi è nascosta dalle fronde degli alberi. Certo che si può stare oziosi nella terracita de verano, ma nella terracita si paga la birra e la permanenza, e comunque alle undici il proprietario plega, leva i tavolini, scaccia gli avventori e via verso la metropolitana, che comunque chiude a mezzanotte quando l’indomani hi hagi feina.

Anche il mare non è il mediterraneo. Non ha odore di mare, non ha la luce del mare. Non è lo scintillio sensuale dei quadri di Sorolla, la bellezza assoluta della luce e della forza delle onde, sempre protagonista anche quando il quadro finge di riprodurre il lavoro dei pescatori e il veraneo della borghesia. Il mare di Barcellona non è mai protagonista:  è talvolta una elegante quinta architettonica che chiude (non apre) la città verso Est, talvolta, candidamente, una onesta e solida fonte di profit: la produttività del porto commerciale ben nascosto dietro il Montjuich, della finta spiaggia-parco giochi costruita appositamente per ospitare l’idea di estate mediterranea dei turisti nord-europei, dei grattacieli sbriluccicanti (quelli sì) del world trade center, visibili quasi solo dalle barche da diporto del port olimpic. Il mare non entra quasi nella vita quotidiana dei cittadini, non irrompe nell’orizzonte dei passanti. O è feina, o è lleure, ma certo non è immaginario.

Delle città anseatiche Barcellona ha anche l’orgogliosa indipendenza cittadina e l’aspirazione a utilizzare il proprio potere economico per condizionare le decisioni dell’”impero”. Impulso abbastanza wannabe, in effetti, perchè l’impero ha verso i catalani una ben radicata diffidenza e se può limita, non certo incoraggia, le ambizioni della città.

Ma anche questa limitazione è vissuta -se mi permettete- anseaticamente.  Barcellona condivide con le sue consorelle nordiche una sorta di fiduciosa passione per il progetto bizzarro e magniloquente, portato a termine nè per Dio nè per la Regina nè per la Bellezza (anzi), ma semplicemente perchè ci  sono i soldi per farlo, l’energia abbonda  e nessuno ha saputo rispondere convincentemente alla vera fondamentale domanda: “perchè no?”

Facciamo diventare sport nazionale la costruzione di castelli umani con bambinetti dell’asilo in cima? Eh! Perchè no?!

Costruiamo una torre gigantesca a forma di caz… di suppos… di razzomissile? Che ideona…Perchè no?!

Facciamo normalizzare la grammatica e l’ortografia della nostra lingua a un ingegnere? Wow, chissà perchè non ci ha mai pensato nessuno prima! Perchè no?!

Mi esasperano, ma non so cosa darei per avere lo stesso candore.

Annunci